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A breve Efsa illustrerà il nuovo parere sui Pfas di interesse alimentare. E negli Usa si finanzia la ricerca per proteggere l’agricoltura dalle pressioni ambientali

Efsa si appresta a condividere la sua ultima opinione sui Pfas, oltre a Pfos e Pfoa, con un importante rivisitazione del parere del 2018. L’effetto avverso più evidente attribuito a Pfos e Pfoa è ora rappresentato dall’interferenza con il sistema immunitario, specie nella risposta vaccinale, e non nell’ipercolesterolemia.  Questo apre la strada ad una indagine epidemiologica veterinaria sulle rotture di immunità/consumo di farmaci negli allevamenti interessati alla contaminazione da Pfoa in Veneto, anche ai fini di un possibile indennizzo laddove ci sia costituiti parte civile. Mentre l’Unione europea tenta di mettere a punto un piano di azione sui Pfas, che superi la distinzione tra Pfas lunga e corta catena, Us-Epa illustra le proprie linee di azione e priorità per evitare che i Pfas entrino nella catena alimentare.

EFSA ha annunciato sul proprio sito il workshop presso la commissione Europea in cui si illustrerà il nuovo parere sui PFAS oltre PFOS e PFOA ai detentori di interesse. E’ possibile registrarsi sul sito EFSA, anche per seguire la diretta streaming dell’evento previsto per il 12 marzo 2020 al sito. Tale parere EFSA non è definitivo, e verrà successivamente reso pubblico e aperto ai commenti da parte della comunità scientifica e dei detentori di interesse, prima della sua ufficializzazione/adozione prevista per fine estate 2020.

Ricordiamo che la precedente opinione sui PFAS, segnatamente PFOS e PFOA, non era stata condivisa dalle Agenzie di valutazione del Rischio dei Paesi Bassi e della Germania, come risulta dalle minute della presentazione del parere agli stati membri. I Paesi Bassi, ad esempio, stanno basando i propri pareri in merito ai PFAS su fattori di risposta tossicologica relativa, che meglio riflettono l’esposizione reale a miscele di PFAS. La Germania aveva sollevato dubbi sull’effetto metabolico-ipercolesterolemia, preso in considerazione come effetto tossicologico rilevabile alle più basse dosi. L’EFSA terrà conto nella sua opinione finale di quanto già elaborato dalle Agenzie a livello nazionale? E come si raccorderà con le valutazioni di “policy” sui PFAS già fatte dalla Commissione Europea e dalla DG ENV, che vanno verso una limitazione/riduzione dei PFAS “totali” rispetto ad un approccio molecola per molecola?

In via ufficiosa, trapelano alcune anticipazioni, di un certo rilievo anche veterinario: 

a) EFSA ritorna sui suoi passi per PFOS e PFOA. Pur non modificando i valori guida per la salute umana  proposti nel parere del 2018, la ipercolesterolemia non viene più riconosciuta come end-point tossicologico robusto. Ora si preferisce mettere l’attenzione sugli aspetti di immuno-soppressione, o quantomeno interferenza con la risposta vaccinale.  Questo aspetto era peraltro già stato affrontato in un precedente redazionale di più di due anni fa che commentava il rapporto USA del National Toxicology Program, laddove si poneva anche l’opportunità di verificare la maggiore incidenza di patologie infettive, o rotture vaccinali, negli allevamenti sottoposti a pressioni di PFOA (acqua, suolo, foraggi, aria). Questa riconsiderazione porta a dare minore evidenza allo studio di biomonitoraggio veneto, laddove i livelli di colesterolemia sono stati associati ai livelli di PFOA ematici, e apre un contraddittorio con le valutazioni fatte in sede di consulenze per il Tribunale sull’esposizione a PFAS da parte della popolazione delle zone interessate alla contaminazione.

L’altro aspetto riguarda i PFAS a catena corta, trattati in questa opinione EFSA 2020, per cui non sono così consolidate le evidenze tossicologiche nell’uomo. Le domande spontanee sono relative ai meccanismi non recettoriali di tutti i PFAS quali tensioattivi, in grado di alterare il foglietto fosfolipidico delle membrane cellulari. Ha senso trattarli separatamente e non come miscele, dato che in effetti siamo esposti contemporaneamente a più PFAS?  Ormai, la differenza tra PFAS a catena lunga “cattivi” e quelli a catena corta “buoni” sembra superata anche dalla legislazione ambientale e delle acque: si va verso una riduzione totale dei PFAS. 

Nel frattempo, in maniera più pragmatica, l’agenzia federale per l’ambiente negli Stati Uniti US EPA nel suo PFAS Action Plan lanciato ad inizio 2019, pone in modo deciso la barra sulle attività che permettono di ridurre il passaggio dei PFAS dall’ambiente alla catena alimentare.

In tale quadro, US EPA ha recentemente identificato le priorità su cui indirizzare le attività di ricerca e monitoraggio per ridurre gli impatti dei PFAS nei contesti rurali in cui avviene la produzione di alimento, a tutela anche delle comunità di allevatori e agricoltori che fanno ampio ricorso al consumo della risorsa alimentare auto-prodotta.

La prioritizzazione dei rischi è declinata sul rilascio di PFAS e conseguenti impatti rurali da:

  • attività industriali che producono o utilizzano PFAS e li rilasciano.
  • impatti da attività militari che utilizzano PFAS e li rilasciano.
  • impatti da attività civili e commerciali che utilizzano e rilasciano PFAS (caserme dei vigili del fuoco e aereoporti in cui si usano schiume anti-incendio), discariche di rifiuti, depuratori.
  • impatti da utilizzo di fanghi, compostati/digestati e acque recuperate da depuratori civili in agricoltura.

Gli impatti non sono limitati solo a PFOS e PFOA, ma a tutti i PFAS che possono raggiungere la risorsa idrica e/o impattare sull’ambiente, sulla sicurezza alimentare, e sulla salute umana con un dettaglio declinato anche verso piccole comunità e gruppi etnici.

Ecco nel dettaglio i 2 campi di ricerca considerati da US-EPA:

        A – Una migliore conoscenza della presenza, destino ambientale e trasporto dei PFAS nelle risorse idriche      utilizzate in ambito agricolo e da comunità rurali. Le attività in tale campo dovranno essere in grado di rispondere ai seguenti quesiti:

  1. Il ruolo dell’esposizione alimentare dell’acqua rispetto a quello degli altri alimenti consumati dalle comunità rurali, rispetto ad esposizioni determinate dai materiali a contatto con gli alimenti, polvere, aria, contatto con prodotti contenenti PFAS.
  2. I principali contributi alla contaminazione agricola derivanti dai nuclei urbani, rispetto ad altri insediamenti dove si utilizzano PFAS (industriali, militari, civili), rispetto all’utilizzo irriguo di acque, anche recuperate dai depuratori civili, e all’utilizzo di fanghi, composts e digestati ottenuti dai fanghi di depurazione.
  3. Quantificazione degli apporti, della trasformazione, e del destino dei PFAS dovuti a pratiche agricole che prevedono l’utilizzo di ammendanti/fertilizzanti contenenti PFAS (ad esempio, residui dell’industria della carta, fanghi e derivati da impianti di depurazione, ….).
  4. Interazione con la sostanza organica e con i costituenti dei terreni agricoli. Studio delle interazioni che possono condizionare la mobilità e bio-disponibilità dei PFAS in sistemi idrogeologici non saturi di acqua.
  5. Efficacia di utilizzare sostanze in grado di adsorbire i PFAS (es. biochar) su terreni contaminati, o di limitarne la mobilità dal terreno all’acqua (dilavamento, ruscellamento, lisciviazione).
  6. Impatto della contaminazione dell’acqua di falda sui trattamenti di potabilizzazione e sull’utilizzo dei pozzi ai fini agronomici.
  7. Riduzione del rischio di esposizione di vegetali e animali di interesse alimentare.
  8. Identificazione degli strumenti migliori per comunicare in modo facilmente comprensibile il rischio PFAS in base alle evidenze di ricerca conseguite.

 

      B – Sistemi innovativi o migliorativi atti a rimuovere i PFAS a livello di impianti di potabilizzazione e di depurazione delle acque di piccola scala, considerando sia le immissioni che le emissioni, e i prodotti del ciclo di potabilizzazione/depurazione (es. fanghi, filtri, …).

Le attività dovranno rispondere alle seguenti domande.

  • Possibilità di disporre di trattamenti efficaci, sostenibili, credibili, e affidabili in grado di depurare/decontaminare le risorse idriche da PFAS, unitamente alle procedure operative in grado di essere applicate a livello di piccole comunità rurali e agricole.
  • Quali attività possono essere poste in essere per decontaminare l’acqua ad uso irriguo da PFAS nei vari stadi di coltivazione e raccolta delle derrate vegetali.
  • Come trattare gli scarichi e i residui contenenti PFAS nel modo migliore.
  • Quali tecnologie di pretrattamento sono le più promettenti per abbattere il carico di PFAS derivante dai processi produttivi, e ridurre il trasferimento dei PFAS ai fanghi e alle acque reflue.
  • Quale sia il costo di tali trattamenti a livello di piccoli impianti di potabilizzazione/depurazione delle acque
  • Quale sia il destino dei PFAS nei fanghi e acque recuperate, di utilizzo agricolo, e il loro impatto sulla ricarica dell’acquifero, in ambiente rurale.
  • Il destino, trasporto e la trasformazione dei PFAS a livello di piccoli impianti di potabilizzazione e trattamento delle acque: loro impatto sulla falda.
  • Idoneità delle acque recuperate dagli effluenti dei depuratori ad uso agricolo, ai fini del rilascio, e trasporto dei PFAS.
  • Impatto e andamenti temporali della contaminazione da PFAS in terreni agricoli regolarmente soggetti a fertilizzazione con fanghi, compost, digestati contenenti PFAS, in base alle pratiche agricole in essere.
  • Suscettibilità delle diverse tecniche di coltura, alla luce della geochimica dei suoli e del tipo di coltura, ad accumulare e concentrare i PFAS dall’ambiente e trasferirli alla filiera alimentare.

In modo pragmatico, US EPA finanzia ricerche che siano implementabili e diano risposte efficaci, applicabili e sostenibili anche a livello di piccole comunità rurali, con una forte attenzione alla produzione e consumo di cibo locale, unitamente alla risorsa idrica potabile.  In questo, tiene in adeguata considerazione, le principali fonti di pressione di PFAS presenti sul territorio a livello locale, le differenti dotazioni a livello di sistemi di potabilizzazione e depurazione delle acque, le pratiche agronomiche che possono essere più sensibili o resilienti alla contaminazione da PFAS. Una lettura attenta di quanto messo a sistema da US-EPA in forma di schema HACCP–PFAS permette agevolmente di identificare le aree su cui un intervento sistematico è quantomeno auspicabile in Regione Veneto, a partire dalla messa a punto e validazione di metodi che siano in grado di determinare il carico totale di PFAS nei vari comparti ambientali, nella risorsa idropotabile, e negli alimenti, caratterizzando così i bilanci di massa per ogni sorgente di pressione identificata.

 

Uno sguardo al passato ed uno al futuro per capire dove siamo a livello nazionale/regionale.

Ricordiamo che fino al 2012, la Autorizzazione Integrata Ambientale di Miteni consentiva uno scarico nel collettore fognario afferente al depuratore civile di Trissino fino a 2 mg/L di surfattanti (leggi PFAS), limite che successivamente è stato abbassato notevolmente fino a raggiungere gli attuali 500 ng/L per il PFOA prescritti dalla Regione Veneto a livello di scarichi.

E’ di recentissima divulgazione la decisione della Regione di mettere i seguenti limiti allo scarico del collettore Arica nel Fratta Gorzone: 30 ng/L per il PFOS, 500 per il PFOA e PFBA, 650 per il PFBS, e 500 per la somma di tutti gli altri PFAS tabellati.  ….E quelli non tabellati?

Il decreto di fatto non riporta più il consiglio di sostituire i PFAS a catena lunga con quelli a catena corta, a dimostrare che c’è la sensibilità legislativa a ridurre i rilasci nell’ambiente di tutti i PFAS.  Questo, anche perché l’utilizzo irriguo delle acque del Fratta Gorzone porta comunque al trasferimento dei PFAS a corta catena – estremamente mobili – nei vegetali e foraggi. Si ricorda che l’ISS non ha ancora rendicontato sui livelli di PFAS a corta catena negli alimenti prodotti nei siti impattati, mentre le “Mamme no Pfas” hanno riportato evidenze negli ormai famosi Kiwi di Creazzo.

Oggi il valore di riferimento ai fini del rilascio ambientale di PFAS da stabilimenti di produzione è stato fissato dai Paesi Bassi, che hanno autorizzato lo stabilimento di produzione di GenX di Dordrecht ad una emissione massima di 2 kg/ anno.

A titolo di paragone, ecco le stime di rilascio ambientale di PFAS da insediamenti non produttivi o di utilizzo di PFAS.

Arpa Veneto ha stimato in 630.000 t la produzione di fanghi nel 2014 con destinazione diretta o indiretta in agricoltura (compostaggio, digestione anaerobica). La concentrazione media di PFOA in fanghi non provenienti da aree impattate riportata nella letteratura internazionale è di 21 mg/t, in linea con quanto rilevato da ARPAV in una campagna di monitoraggio del 2016 (eccezione al depuratore di Trissino – 150 mg/t).

Il carico di PFOA per anno in ambiente agricolo è quindi stimabile in 13,1 kg/anno in seguito all’utilizzo di fanghi di depurazione in agricoltura e loro derivati. E’ ragionevole ipotizzabile che se si misurassero tutti i PFAS, tale valore si collocherebbe nell’ordine delle 1- 10  tonnellate/anno.  Sarebbero necessarie più di 2,6 milioni di tonnellate di terreno agricolo non contaminato per raggiungere il valore guida di sicurezza alimentare nei suoli agricoli di 5 ng/g PFOA, secondo i calcoli olandesi, in base al valore guida EFSA 2018 per la salute umana di 0,8 ng/kg peso corporeo/giorno. Mancano all’appello i contributi alla contaminazione dei terreni agricoli rappresentati dall’acqua di irrigazione (falda/pozzo, corpi idrici superficiali), in base ai consumi per ettaro a seconda della coltivazione.

La produzione di percolato nelle discariche è stimata pari al 25% delle precipitazioni annuali. La contaminazione da PFOA media nei percolati descritta in letteratura è di 6000 ng/L . Fino al 2017, è ragionevole stimare che la quantità di PFOA riversata nell’ambiente dallo smaltimento dei percolati delle discariche censite in Veneto (fino a tale data non erano state implementate le tecniche di rimozione dei PFAS dai percolati) sia stata di 11 kg PFOA per anno.  Considerando i precursori del PFOA e i PFAS totali, è ragionevole stimare un rilascio nei corpi idrici superficiali (laddove la discarica risulti a tenuta) nell’ordine delle 1- 10 tonnellate/anno di PFAS. Per raggiungere lo standard di qualità ambientale SQA/MA del PFOA di 100 ng/L nei copri idrici superficiali, sarebbero necessari 10 milioni di metricubi di acqua non contaminata/anno per la diluizione.

Nell’ambito del Green Deal in Veneto, le problematiche legate ai contaminanti polari – mobili – in grado di passare velocemente nella falda e di trasferirsi al biota di interesse alimentare vanno affrontate in modo organico: i pfas possono essere un paradigma per affrontare i problemi legati al glifosate e ai nitrati con l’obbiettivo di qualificare la tipicità e qualità delle produzioni legate al territorio, garantendo la sostenibilità socio-economica e sanitaria anche per le generazioni future.

 

Immagini 

  1. I Pfas (PFOS e PFOA) interferiscono con la risposta vaccinale e possono costituire un problema per la biosicurezza negli allevamenti intensivi, e di conservazione della biodiversità negli allevamenti estensivi/rurali, ad esempio nel settore avicolo caratterizzato da piani vaccinali intensi anche per la minore risposta immunizzante delle linee selezionate geneticamente per la rapida crescita/alta deposizione.
  2. Carico giornaliero in grammi/giorno dei PFAS al tempo determinabili analiticamente come flusso di massa nei vari scarichi afferenti al consorzio ARICA dal 2013-2016. Tratto da relazione tecnica ARPAV 2016 – Analisi sulle fonti di pressione (PFAS).
  3. 4. Superficie (mq) delle discariche censite in Veneto (sopra) e piovosità media in Veneto in mm (sotto). 1 mm di precipitazione corrisponde ad 1 L/mq.

 

(riproduzione ammessa solo citando la fonte – testo raccolto a cura della redazione)

14 febbraio 2020

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