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A febbraio calano gli occupati: -97mila. Tasso di disoccupazione all’11,7% (+0,1%). Pesa la riduzione della decontribuzione scattata a inizio anno. Primo calo dall’inizio del 2015

A febbraio ci sono 97mila occupati in meno rispetto a gennaio. Il calo congiunturale interessa essenzialmente il lavoro dipendente a tempo indeterminato (-92mila unità) che fa registrare la prima contrazione dall’inizio del 2015, mentre tornano a crescere gli autonomi (+17mila) dopo mesi di segni meno. Riprende a salire anche il numero di disoccupati (+7mila persone) e quello degli inattivi (+58mila), che interessa soprattutto la componente femminile (+49mila donne escluse dal mercato del lavoro).

Sempre lo scorso mese il tasso di disoccupazione è salito all’11,7%, in aumento di 0,1 punti su gennaio, e tra i giovani sotto i 25 anni si è attestato al 39,1%, un valore tra i più elevati in Europa, anche se in leggero calo (-0,1 punti su base congiunturale).

Allargando lo sguardo ai 12 mesi passati, rispetto a febbraio 2015, l’occupazione resta in terreno positivo: +96mila persone, frutto di +238mila dipendenti a tempo indeterminato, ma anche di -39mila dipendenti a termine e -103mila partite Iva e collaboratori. Ancora a livello tendenziale, i disoccupati si riducono di 136mila unità, e gli inattivi segnano -99mila “scoraggiati”. Gli under25 senza un impiego scendono di 2,4 punti (escludendo quanti studiano e gli inattivi resta comunque che un giovane su 10 è disoccupato).

Sono questi i dati (provvisori) dell’osservatorio dell’Istat che ha evidenziato un andamento del mercato del lavoro altalenante, che risente della debole congiuntura economica caratterizzata dalla bassa crescita dell’Italia. La riduzione della decontribuzione sul lavoro stabile, in vigore da gennaio, sembra incidere sulle scelte assunzionali delle imprese, che devono fare i conti con un contesto ancora ricco di incertezze (e con la Cassa integrazione tornata a salire): i rapporti dipendenti si contraggono, rispetto al mese di gennaio, di 114mila unità, con una caduta piuttosto marcata del lavoro permanente, in linea con la riduzione degli avviamenti stabili registrata nei giorni scorsi dall’Inps nel primo mese dell’anno. Da gennaio infatti lo sgravio contributivo sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato o sulle stabilizzazioni è sceso a 3.250 euro l’anno e la durata si è ridotta a due anni (rispetto agli 8.060 euro l’anno, per tre anni, in vigore fino a dicembre 2015). Anche i rapporti a termine, liberalizzati dal decreto Poletti nel marzo 2014, proseguono il loro trend negativo (che va avanti da agosto 2015), segnando a febbraio un calo di 22mila unità rispetto al mese precedente.

Il tasso di occupazione si attesta al 56,4%, in aumento di 0,4 punti sull’anno, ma in calo di 0,2 punti sul mese di gennaio. Guardando alle fasce d’età, l’occupazione si riduce dello 0,5 punti percentuali sia tra i 25-34 anni che tra i 35-49enni (aumenta solo dai 50 anni in su, di 0,2 punti su base congiunturale).

Il premier, Matteo Renzi, difende l’azione del governo: «Siamo partiti da una disoccupazione sopra al 13% ora è in calo all’11,7%. Anche la disoccupazione giovanile resta elevatissima, ma è in controtendenza. Da una parte ci sono i fatti, dall’altra polemiche irreali». Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: «Le oscillazioni mensili non modificano la tendenza positiva dell’occupazione nel medio periodo. Si conferma una stabilizzazione del lavoro dipendente frutto della scelta del governo di aver reso più conveniente il tempo indeterminato». «Ma la riduzione dell’incentivo sta frenando le aziende – evidenzia l’economista del Lavoro, Carlo?Dell’Aringa -. L’esecutivo deve quindi rendere strutturale la riduzione del costi del lavoro stabile, e mettere in campo politiche per la crescita. Il fatto che il calo dell’occupazione riguardi la fascia 24-49 anni è preoccupante: significa che il mercato non riesce ad assorbire i disoccupati». «Non c’è dubbio che il Pil deve crescere più velocemente, ma ciò dipende anche da fattori internazionali – sottolinea Marco Leonardi, consigliere economico del premier Renzi -. Dal canto nostro, siamo pronti a mettere in campo nuove riforme per stimolare produttività e salari. Così si completa il Jobs act e si avranno effetti positivi sul mercato del lavoro».

Sul versante politico, Maurizio Sacconi (Ap) chiede al governo di «incoraggiare ancora di più la propensione ad assumere e a investire». Anche perché, aggiunge Cesare Damiano (Pd) «il calo degli incentivi previsto per il 2016 ha raffreddato le temperature. Per far funzionare al meglio il Jobs act il contratto a tutele crescenti deve costare meno di quello precario, e va frenato l’uso dei voucher». Critiche le opposizioni; divisi i sindacati. Renato Brunetta (Fi) parla di insuccesso del Jobs act. La Cgil va giù duro evidenziando il preoccupante calo del tasso di occupazione, esaurito il «doping» incentivi. Più cauta la Cisl che evidenzia l’effetto positivo della decontribuzione, ma avverte: «La riforma del lavoro sarà vincente solo se si delineerà un quadro di ripresa effettiva e di investimenti».

Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci – Il Sole 24 Ore – 2 aprile 2016 

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