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A trent’anni dalla scoperta, Nature fa il punto sugli Ogm

Mentre in base ai dati ISAA si verifica ormai un abbandono dell’Europa, giudicata impervia per l’introduzione di varietà GM a scopo di coltivazione, alcune promesse storiche degli OGM non sarebbero state realizzate.

Esattamente 30 anni fa (1983) i ricercatori annunciarono la possibilità di poter inserire geni nelle piante: e gli OGM promettevano di rendere la vita più facile, garantendo una maggiore accessibilità alle provviste della natura. Oggi uno speciale numero di Nature, la principale rivista di divulgazione scientifica al mondo, si interroga su come questa tecnologia si sia sviluppata: premettendo che, sebbene il futuro sia più importante del passato, nel momento di parlare di OGM bisogna essere realistici: il passato è istruttivo e insegna qualcosa.

All’alba di quella che sembrava essere una nuova Rivoluzione Verde in piena regola, l’interesse degli investitori era febbrile. Antesignano degli OGM fu all’epoca un pomodoro destinato a non marcire una volta maturo: il pomodoro Flavr Savr, sviluppato in California. Nonostante le premesse e l’interesse dell’industria, con un mercato stimato di almeno 500 milioni di dollari per anno, nel 1992 la varietà doveva ancora essere approvata. Solo nel 1994, in seguito ad un lungo percorso presso la Food and Drug Administration, il pomodoro fu commercializzato. Ma la Campbell’s, inizialmente paladina del pomodoro, dichiarò che non lo avrebbe mai utilizzato per le proprie passate di verdura.

I limiti

Presto quindi, riconosce il pur ottimista Nature- si rivelarono i limiti degli OGM: la mancanza di approvazione da parte dei consumatori. Che peraltro non furono l’obiettivo preciso dei tratti agronomici mirati ad aspetti come la resistenza ad erbicidi o la tolleranza ad avversità. Si preferì cioè parlare ad agricoltori che non direttamente a consumatori. E anche gli agricoltori – si può pensare- furono un target mal concepito: come se esistesse una unica agricoltura mondiale, fatta di larghe estensioni di terreno, di sole commodity a basso costo e indifferenziate sul mercato globale. Una semplificazione eccessiva.

Ma oltre a quelle che Nature chiama “disinformazione, paure, preoccupazioni” costruite dai media e che in base alla prospettiva adottata, potrebbero essere sanate con uno sforzo di “educazione” (!), la rivista sembra riconoscere che “dare supporto ai raccolti GM è difficile: facile infatti esaltarsi per la buona scienza, indipendente, e le relative promesse: più complicato invece difendere grandi multinazionali affamate di profitti”. E con un passato incerto, non sempre a tutela della salute pubblica, si potrebbe aggiungere.

In ogni caso- alcune delle conclusioni di Nature – “troppi tratti GM sono stati dei fallimenti. Il mercato di oggi è dominato da pochi tratti, resistenti agli insetti e tolleranti agli erbicidi. I benefici ambientali sono incerti, e gli attivisti mettono in dubbio anche la sicurezza alimentare”.

In realtà, non solo gli attivisti sarebbero critici su aspetti di sicurezza alimentare. In mancanza di uno scrutinio effettivo e ben fatto, con una solida metodologia laboratoriale alle spalle, troppe cose rimangono non spiegate.

In Europa, che pure ha una delle legislazioni più stringenti al mondo anche per quel che riguarda la procedura di valutazione scientifica pre-commercializzazione- solo da pochissimo è stato reso obbligatoria l’adozione di (peraltro ormai superati) protocolli OCSE per la valutazione del rischio. Con cosiddetti feeding trials (somministrazione di mangimi con OMG a cavie) a 90 giorni. Prima, ognuno era libero di comportarsi come voleva. Le conseguenze sono state almeno un paio: da una parte, un processo di valutazione che si è sempre positivamente concluso per le industrie che richiedevano approvazione di tratti GM. Dall’altra però, un contenzioso scientifico elevato, con EFSA che si è trovata nella maggior parte dei casi a chiedere nuovi dati e studi non forniti dalle aziende in prima battuta.

I cibi GM poi sembrano preoccupare ancora di più i consumatori quando vicini al regno animale. L’approvazione del salmone GM AquAdvantage, sebbene prossima, sarebbe stata obbligata ad un corso al rilento. 18 anni dopo e 60 milioni di dollari investiti, forse l’AquAdvantage potrebbe entrare su un mercato- quello USA- dove peraltro vi sono ancora forti diatribe con i consumatori. L’etichetta e la rintracciabilità dei prodotti GM infatti in USA non sono ancora garantiti per legge. Se alcune catene come Whole Foods si sono impegnate nell’etichettatura trasparente di questo aspetto, in California il referendum su indicazione Gm in etichetta è fallito. Le multinazionali hanno infatti sborsato denaro (oltre 40 milioni di dollari per un rush di poche settimane) fino a promuovere una campagna pubblica contro l’etichettatura. E lo stato di Washington si appresta poi a votare la proposizione The People’s Right to Know Genetically Engineered Food Act nota anche come “Initiative 522”.

Miti o realtà?

Nature si interroga poi anche su ricorrenti aspetti legati alla percezione pubblica degli OGM.

1.Sono stati all’origine di varietà super-resistenti agli erbicidi, come alcuni dichiarano?

2. Hanno davvero causato un’ondata di suicidi nell’India rurale, come anche Vandana Shiva ha più volte pubblicamente dichiarato?

3. E ancora: geni GM si sono diffusi nell’ambiente, in modo incontrollato, come paventato da altri?

Domande chiave, che da tempo si affastellano sui giornali in cerca di una risposta. La verità stando a Nature, è la seguente. Gli OGM hanno davvero contribuito a creare varietà super-resistenti, in ragione dell’uso incontrollato di glifosato e altri erbicidi super-potenti “generalisti”. Come in tutti i fenomeni biologici di adattamento e selezione- e al pari di quanto accade nel settore farmacologico con la antibiotico-resistenza- l’uso di tali erbicidi ha finito per favorire la selezione di erbe infestanti ora più difficili da debellare. E in grado di competere per le risorse- terreno e nutrienti- dei raccolti. Questo in almeno 18 Stati: e Monsanto oggi raccomanda di diversificare gli erbicidi, proprio per evitare di sviluppare piante resistenti e infestanti.

La seconda domanda ha invece una risposta più sfumata. Se il tasso di suicidi non è aumentato, mantenendosi ad un livello di circa 100 mila all’anno, Nature afferma però che la dinamica retrostante circa la plausibilità rimane: la Monsanto infatti sarebbe responsabile di una diminuzione del margine netto delle aziende agricole passate a coltivare il cotone BT, i cui semi costavano cinque volte tanto quelli convenzionali. Insomma, magari i numeri ufficiali non lo rivelano, ma il denaro nelle tasche dei coltivatori è certamente calato, probabilmente a causa anche di un cattivo uso che è stato fatto dei semi stessi. E il Parlamento indiano l’anno scorso avrebbe deciso di fermare il sistema di sperimentazione in campo aperto fino ad allora garantito. E che rifletteva le priorità dell’industria più che non i bisogni degli agricoltori.

Circa la terza domanda, ancora non si ha una risposta chiara, anche se Nature afferma che vi sono diverse evidenze che stia accadendo.

In Messico, dove gli OGM non sono approvati per la coltivazione, nel 2000 alcuni agricoltori cercarono di farsi certificare una varietà locale di mais per la coltivazione biologica. Con grossa sorpresa, si accorsero che il proprio mais conteneva espressioni genetiche di resistenza al glifosato. Probabilmente, mais OGM era stato piantato da alcuni coltivatori (mais diffuso per scopi alimentari ma non per essere coltivato) e una volta nell’ambiente, aveva causato la diffusione di geni di resistenza. Lo studio cadde sotto il fuoco della Monsanto, che spinse per sconfessarne la pubblicazione. Diversi studi successivi però non furono in grado di contenere le accuse e anzi, nel 2009 uno studio di Elena Alvarez-Buylla della Università Autonoma del Messico trovò conferme al fenomeno della diffusione genetica nell’ambiente. Certo, ancora oggi si ritiene che i risultati non siano, come si dice in termini di ricerca, conclusivi. Ma basterebbe la risposta alle prime due domande per avere grosse riserve su un loro uso.

Sicurezza alimentare.it – 9 maggio 2013

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