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Addio a Pannella, una vita spesa per i diritti civili. Restando sempre in minoranza. A lui gli italiani devono le più importanti conquiste civili del dopoguerra

Negli anni ’60 sui quotidiani romani della sera comparivano spesso, accompagnate da sarcastici commenti, le foto di un giovane e imponente Marco Pannella afferrato da due poliziotti, di norma assai più bassi, che lo strattonavano, talvolta lo arrestavano, per l’ennesimo caso di disobbedienza civile di cui si era reso protagonista.

Era la testimonianza del disagio dello Stato, o almeno dei suoi apparati repressivi, a fronteggiare un uomo che gli sarebbe vissuto per quasi settant’anni ”contro“. Ma nel senso socratico del termine, e cioè di una contestazione, sempre nonviolenta, agita nel più scrupoloso rispetto della legge e dello Stato di diritto, contro le deviazioni, le corruzioni, gli allontanamenti dalla formalità della norma e dalla ”rigidità“ della Costituzione.

SOCRATICO

E la socratica obbedienza alla legge, accompagnata dalla lotta per cambiarla quando necessario e doveroso, è stata il filo conduttore dell’azione del leader radicale, scomparso ieri a 86 anni nella clinica Nostra Signora della Mercede a Roma, dopo aver lottato a lungo contro due tumori, al fegato e ai polmoni. Un leader che ha operato una cesura nella storia politica del dopoguerra sconvolgendo lo schema perbenista nella sostanza a cui si erano attenuti tutti prima di lui, da De Gasperi a Fanfani, da Togliatti a Berlinguer, a Malagodi ad Almirante. Nobilitate dall’impronta di grandi maestri, da Ernesto Rossi ai teorici della nonviolenza Gandhi e Capitini, le trasgressioni di Pannella hanno mandato in frantumi innumerevoli stereotipi. Già a metà degli anni ’60 anticipa e in qualche modo intercetta l’afflato libertario del ’68, tenendosi poi scrupolosamente lontano dalle ricadute violente di quella stagione. Col ”suo“ Partito radicale, rifondato e rilanciato nel ’63, va all’attacco dell’autoritarismo e dell’ipocrisia sessuofobica che dominava gran parte della politica di quegli anni. Porta la rivoluzione freudiana nel dibattito tra i partiti. Immerge, come nessun altro prima di lui, la politica in una dimensione fisica, quasi sensuale, compiendo un’operazione mai vista in Italia, quella di fare del proprio corpo uno strumento di lotta politica. Quel corpo che avremmo visto espandersi e restringersi nel corso degli innumerevoli scioperi della fame e della sete. Un corpo messo al centro di una perfetta consustanzialità tra vita privata e pubblica che al di là di ogni schema di normalità benpensante pone in non-contraddizione etero e omosessualità, amore e amicizia, alcuni intensi rapporti avuti «con tre o quattro uomini amati» e la persistenza di una ultraquarantennale legame con la compagna di una vita, Mirella Parachini. E quando negli anni ’60, l’Italia, sul piano dei diritti civili, stagnava in un cronico ritardo rispetto agli altri Paesi occidentali, Pannella inizia le grandi campagne a favore del divorzio e dell’aborto. Nel ’74 è determinante a far superare ai partiti di sinistra la diffidenza ad impugnare la bandiera del no al referendum clericale contro il divorzio. E oggi innumerevoli sono gli uomini e le donne che devono a Pannella la fuoruscita dalle proprie disavventure coniugali.

Quando nel 1976 Pannella entra per la prima volta in Parlamento è già un politico con una lunga storia alle spalle. Ancora ventenne era alla guida dell’Ugi, l’associazione universitaria da cui uscirà buona parte della classe dirigente della sinistra italiana, nel ’55 contribuisce alla fondazione del Partito radicale nato da una scissione a sinistra del Pli. E’ protagonista nel ’59, sulle pagine di Paese Sera di una clamorosa polemica in chiave laica e anti-democristiana con Palmiro Togliatti. Dopo un soggiorno in Francia da corrispondente de ”Il Giorno“ per la guerra d’Algeria, torna in Italia per rifondare nel ’63 – anche con la donazione dei sei milioni ottenuti come liquidazione dal quotidiano – il Pr nel frattempo quasi estintosi e di cui resterà leader indiscusso per il successivo mezzo secolo. Subito dopo iniziano gli anni delle grandi campagne per il divorzio, l’obiezione di coscienza, l’aborto, la legalizzazione delle droghe leggere. Contro la fame nel mondo e contro il finanziamento pubblico dei partiti. Di grande rilievo, per un Paese immerso nel culto del più rigoroso proporzionalismo, la sua battaglia, solo apparentemente contraddittoria per un partito di estrema minoranza come il Pr, per il bipolarismo, anzi per un bipartitismo pieno.

Con l’aumento dei consensi per il partito, porta in Parlamento personaggi come Leonardo Sciascia ed Enzo Tortora e anche soggetti più controversi come Toni Negri e Ilona Staller, al secolo Cicciolina. Nell’87 contribuisce al successo del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e, sempre sul campo di una giustizia correttamente intesa, si muove Pannella in uno dei momenti più critici per il Paese negli anni che seguirono l’assassinio di Moro, e cioè il rapimento del giudice D’Urso la cui liberazione, dovuta in gran parte al leader radicale, disarmò progetti eversivi che ne attendevano l’uccisione come accaduto per il leader dc.

Decine di milioni sono state nel corso degli anni le firme di italiani raccolte da Pannella per una massiccia serie di referendum sui più disparati temi. Ma è forse l’eccesso di chiamate alle urne a segnare l’inizio del distacco di un’opinione pubblica sempre meno in sintonia con la strategia referendaria del leader radicale. Il quale, peraltro, non disarma rilanciando, col partito divenuto ”transnazionale“, la campagna per l’abolizione della pena di morte nel mondo e per l’istituzione della Corte penale internazionale per i crimini contro l’umanità. Obiettivi perseguiti assieme al Dalai Lama cui lo ha legato una profonda amicizia.

Accolta in Italia da minore entusiasmo, nonostante l’aperto appoggio del capo dello Stato Giorgio Napolitano, l’ultima sua battaglia a favore degli ”ultimi“ e cioè dei detenuti nelle sovraffollate carceri italiane e per l’amnistia. Sordità del Parlamento e dell’opinione pubblica che Pannella imputava in gran parte alla mancata informazione delle «tv di regime», nel solco di una polemica che ha accompagnato tutta la vita pubblica del leader radicale, fin dai primi imbavagliamenti davanti alle telecamere delle tribune politiche degli anni ’70. Battaglia in cui furono in molti – primo tra questi Umberto Eco – a riconoscere a Pannella la primogenitura di un’altra svolta, quella di «aver cambiato il modo di concepire i mezzi di comunicazione di massa». Per cui, scriveva nel ’76 lo stesso grande semiologo: «Pannella ha insegnato a molti italiani non come si possa fare buon uso dei mezzi di comunicazione di massa che la libertà consente eventualmente di usare, ma come si fa a diventare liberi, e soprattutto a meritarselo».

Una battaglia, quella dell’amnistia, certo non vinta da Pannella, ma che – anche sulla scia dell’appello fatto a suo tempo da Giovanni Paolo II a Montecitorio – doveva favorire l’ultimo e più imprevedibile dei suoi sodalizi umani, quello con Papa Francesco. Dopo aver cercato inutilmente di incontrare il Pontefice che, appena eletto, faceva visita al carcere minorile di Casal del Marmo, Pannella nel corso del suo ultimo ed estremo sciopero della fame e della sete, mentre era ancora degente al Gemelli per un grave intervento, riceveva una telefonata di Francesco. Venti minuti di colloquio senza nessun esplicito invito a desistere dallo sciopero, ma con l’esortazione a «essere coraggioso» nella battaglia intrapresa. Il risultato quasi miracoloso era la decisione di Pannella di riprendere ad alimentarsi: «Papa Francesco – diceva il leader radicale – è l’unico che non mi abbia sgridato per come tratto il mio corpo. Anzi mi ha detto sia coraggioso vada avanti così». Insomma, una vita allungata, anche se non di molto per la gravità del male, che doveva però vedere altri colloqui telefonici tra il capo della Chiesa di Roma e il capo del più piccolo, anche se più longevo, dei partiti italiani. L’ultimo, in occasione dell’86esimo compleanno, il 2 maggio scorso, accompagnato dal regalo del libro di Francesco ”Il nome di Dio è Misericordia”.

CONFORTO

A confortarlo, infine, nell’ultimo scorcio della sua vita – oltre a quella che è stata definita la ”processione dei rimorsi“ di esponenti politici di ogni colore che hanno affollato la mansarda di via della Panetteria, quasi a far ammenda della lunga sordità opposta a quelle che spesso si sarebbero rivelate le preziose e anticipatrici intuizioni di un grande e disinteressato uomo politico – la sua singolare teoria della ”comunità dei viventi e dei morti“. Arcana e solidale unione dilatata oltre le leggi della natura: limbo dal quale l’agnostico – ancorché amico di almeno due Papi, ma di un numero inferiore di cardinali – Marco Pannella avrà avuto, chiudendo gli occhi, la speranza di poter continuare, in nome della libertà, le sue incursioni nei Campi elisi della politica

Il Messaggero – 20 maggio 2016 

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