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Agroalimentare. Made in Italy. Polo? No, grazie. Meglio gli accordi di filiera

Da Barilla a Ferrero passando per Granarolo le aziende si organizzano con i fornitori. Ma sono gelose del proprio marchio

Il polo no, la filiera si. I grandi gruppi dell’agroindustria italiana sono allergici alle alleanze con i loro pari, ma sono ben disposti agli accordi di filiera. Anzi, per molti i contratti con i fornitori sono la via obbligata per garantire la qualità e la tracciabilità dei loro prodotti e per fronteggiare la volatilità dei prezzi delle materie prime. «Noi possiamo essere un polo aggregante in quella che è la relazione con i nostri clienti e fornitori — diceva Paolo Barilla pochi giorni fa — ma capofila di un polo no. Ognuno ha le sue competenze specifiche e la capacità dell’Italia è la somma delle capacità dei singoli». A monte Barilla, come De Cecco, Ferrero, Granarolo, Nestlé o le catene della grande distribuzione cercano accordi di filiera anche per ancorare al territorio i loro brand.

Fornitura

Se il gruppo di Parma ha un accordo storico di fornitura di grano duro dall’Emilia, De Cecco ha un protocollo di ricerca con Sis (Società italiana sementi) per incrementare la qualità della produzione di frumento duro, e Granarolo ha la sua base societaria proprio nella filiera allevatori-trasformatori. Ferrero è il campione dei protocolli a lungo termine con i fornitori: ha un piano finalizzato a rafforzare da qui al 2020 le relazioni con i produttori delle sue materie prime (olio di palma, cacao, latte, zucchero, uova, caffè) con l’obiettivo di arrivare alla certificazione di sostenibilità del 100%. E per le nocciole, Nutella ha una filiera speciale con aziende pilota in Cile, Argentina, Georgia, Sudafrica e Australia. L’ Hazelnuts Business Developement di Ferrero acquista e gestisce aziende agricole in diverse parti del mondo con lo scopo, spiega l’azienda nel bilancio di sostenibilità, di «sperimentare l’adattabilità delle varietà di nocciolo alle condizioni agro-climatiche locali, incentivare la coltura del nocciolo presso gli agricoltori e assicurare una parte significativa del raccolto a prezzi di mercato». Anche le multinazionali del caffè stanno rafforzando il supporto agli agricoltori per assicurarsi semi di alta qualità destinati alla crescente competizione nelle capsule monoporzione.

Capsule

Nestlé ha annunciato che sta espandendo i programmi in Africa per produrre sementi per gli agricoltori dell’America Latina che producono caffè e sta realizzando programmi di nuove piantagioni e formazione per aiutare gli agricoltori in Etiopia, Kenya e Sudafrica. Mondelez, secondo produttore mondiale di caffè dopo Nespresso, ha iniziato ad aprire aziende pilota in Vietnam, mentre D.E. Master Blenders 1753, il terzo, offre agli agricoltori dell’Honduras crediti e fertilizzanti per aumentare le loro produzioni. Una situazione simile si sta verificando nell’ortofrutta, in particolare nel pomodoro, dove molte aziende chiudono per carenza di margini. La stessa Cina ha calato la produzione dopo avere invaso il mercato europeo.

Valorizzare la catena produttiva aiuta l’agroindustria made in Italy e in qualche caso la salva dal crac. Il pastificio Ghigi, per esempio, dichiarato fallito nel 2007, è stato rilevato da una cordata di consorzi agrari, capeggiata dal consorzio dell’Adriatico che hanno puntato proprio sull’ integrazione di filiera tra agricoltura e industria. Il progetto di pasta 100% italiana ha rilanciato il brand, l’azienda ha realizzato un nuovo stabilimento un investimento di 29 milioni, e ha raddoppiato i dipendenti.

Oltre che integrazioni verticali sempre più aziende cercano alleanze orizzontali. La settimana scorsa quattro imprese storiche dell’agroalimentare siciliano e un partner bancario, Carige, con la regia di Confindustria Catania, hanno dato vita ad «Eat Sicily, fine food, wine&drinks», un contratto di rete con un fatturato aggregato di quasi 50 milioni, una gamma di prodotti di qualità e un database con 2 mila potenziali clienti. L’accordo di rete, che consente tra l’altro agevolazioni fiscali, è stato adottato anche da De Cecco per le proprie aziende (Rete De Cecco) aperto ad integrazioni con i produttori agricoli locali.

@rscaglia1- Lunedì 22 Luglio, 2013 – CORRIERE ECONOMIA

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