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Al Ssn mancano ancora 20mila sanitari. Con la pandemia 15mila nuovi ingressi, ma i livelli del personale sono ancora inferiori al 2011. L’età media è 50 anni, boom di contratti a tempo

A mettere in fila tutti i numeri come di consueto è il conto annuale del ministero dell’Economia pubblicato da poco che nel capitolo relativo alla Sanità ricorda innanzitutto come «fra il 2011 e il 2016 la Sanità registra un calo costante, perdendo quasi 34.000 addetti, per restare stazionaria nella seconda metà del decennio appena al di sotto dei 650.000 dipendenti». Ma anche come «nell’ultimo anno si assiste invece ad un consistente incremento imputabile alle misure di contrasto della pandemia», un incremento però ancora non sufficiente a tornare alla casella di partenza: nel 2020 – ultimo anno preso in considerazione dal conto annuale del Mef – sono state registrate infatti 15163 assunzioni a tempo indeterminato, uno sforzo importante ma non sufficiente visto che per tornare almeno ai livelli del 2011 servono altri 17856 operatori.

Tra l’altro le assunzioni si sono concentrate tutte sul comparto degli infermieri e altri operatori che sono diventati 532.576 nel 2020 (erano 518.533 nel 2019), comunque sotto i 545.704 del 2011. I medici sono rimasti gli stessi e cioè 112147 (+1 in un anno), quando erano 115449 nel 2011 (3302 in più). I dirigenti non medici sono invece 18.138, ma 10 anni prima erano 20.042.

I nuovi ingressi non sono stati neanche sufficienti a ringiovanire l’età media di chi lavora nel Servizio sanitario nazionale che negli ultimi 20 anni – proprio per i tagli e il blocco del turn over – è salita da 43,5 anni del 2001 ai 49,8 anni del 2020 (51 anni per gli uomini e 49,2 per le donne). In particolare gli over 55 nel Ssn oggi sono il 36%: più di un operatore su tre.

Un altro fenomeno molto evidente provocato dai due anni di pandemia è il ricorso massiccio ai contratti precari: in particolare si è registrato un boom di contratti a tempo determinato che sono passati dai 32.639 del 2019 ai 40.042 dell’anno successivo, con un picco di 52.156 assunti a tempo determinato che dunque nel giro di due anni sono quasi raddoppiati. Stessa sorte per i contratti di somministrazione che sono passati da 4.980 a 8.170

Ma come mai le assunzioni procedono così lentamente rispetto alle esigenze venute così drammaticamente alla luce con la pandemia? Il presidente della Fiaso Giovanni Migliore, la Federazione che riunisce i manager che guidano Asl e ospedali d’Italia, vede due ostacoli fondamentali: la difficoltà a trovare medici e infermieri già formati visto l’imbuto formativo del passato e poi il tetto di spesa del personale che prevede ancora oggi che non si superi la spesa del 2004 a cui sottrarre l’1,4%. «Questa situazione è frutto di 10 anni di mancato turn over e tetti di spesa. Il Ssn ha perso oltre il 6% del suo personale e il trend continua anche perché ogni anno quando vanno in pensione 20mila operatori e il sistema formativo ne “produce”solo 14mila. Per questo . spiega migliore – serve una legislazione d’emergenza che ci permetta per qualche anno di far lavorare non solo i giovani specializzandi ma anche i semplici laureati in medicina, in attesa che arrivino i nuovi giovani formati con le borse di specializzazione che finalmente sono cresciute».

Ma l’altro nodo ovviamente è quello del tetto di spesa: «Questo è il punto fondamentale, bisogna passare dal tetto agli standard di personale per erogare i servizi – continua il presidente di Fiaso -, non possiamo essere legati alla spesa di 20 anni fa. Le stabilizzazioni previste nell’ultima manovra cominceranno a partire ora. Ma se non si toglie presto il tetto di spesa è davvero difficile tornare almeno ai livelli di personale di 10 anni fa».

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