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Alimentare, il made in Italy conquista le catene americane. Contratti alla firma dopo il vertice tra 35 operatori Usa e 56 realtà italiane

Il Sole 24 Ore. Galeotto fu il trekking sotto l’Himalaya: lì è nato il disegno dell’ulivo stilizzato e il mantra “Love is an olive tree” – l’amore è un albero di ulivo – che hanno attirato l’interesse della catena di supermercati americana Bristol Farms proprio sulle lattine d’olio prodotte dalla Coppini. «Latte, non bottiglie – racconta Niccolò Fontana, il direttore export dell’azienda umbra – un’idea vincente, perché sono più facili da trasportare». Sono i dettagli, spesso, che fanno chiudere i contratti di fornitura. E la Coppini sembra sulla buona strada, a guardare il fitto scambio di mail con i dirigenti di questo supermercato californiano di fascia alta.

L’incontro tra Bristol Farms e Coppini è avvenuto durante la missione in Italia di 35 operatori della Gdo Usa organizzata dalla Camera di Commercio italo-americana insieme a ExportUsa. Obiettivo dei retailer: importare in America prodotti di specialità alimentari italiane di qualità. A Tabiano, in piena Food Valley parmense, si sono svolti oltre 200 incontri B2B tra gli imprenditori italiani e i vertici – spesso proprio i Ceo in persona – delle catene americane: 56 le aziende italiane coinvolte, dalla pasta ai surgelati, dai vini alle conserve, fino appunto all’olio.

Accanto alla qualità, l’estetica è stata l’elemento che ha guidato le scelte degli americani. «Hanno detto che una lattina d’olio disegnata come la nostra avrebbe risaltato sugli scaffali del supermercato», racconta Fontana. Ma anche per Gianluca Tositti, direttore commerciale export del gruppo Fini, il fattore design non è stato affatto secondario: «Abbiamo presentato le nostre conserve e i nostri sughi pronti alla Heinen’s, una catena di supermercati presente soprattutto in Ohio e nell’Illinois. Ci hanno detto che ad averli colpiti è stato l’aspetto visivo delle nostre conserve: niente foto sui barattoli, solo disegni a descrivere gli ingredienti della ricetta, e i nomi sono scritti in corsivo. Secondo loro, queste scelte rendevano bene l’idea dell’autenticità e della tradizione che sta dietro al prodotto».

Un’altra preoccupazione ricorrente degli americani, quando fanno shopping alimentare in Italia, è di assicurarsi che i fornitori, soprattutto i più piccoli, siano poi effettivamente in grado di spedire la merce richiesta senza rimanere impantanati negli intoppi doganali. «Le nostre mozzarelle di bufala sono piaciute molto – racconta Luigi Rega, direttore commerciale del caseificio casertano Ponte Reale – ma prima di iniziare le trattative si sono voluti assicurare che fossimo in grado di sdoganare il prodotto. La burocrazia non è semplice, con tutti i requisiti che gli alimenti devono rispettare in base agli accordi internazionali». Molto più facile spedirle, le mozzarelle: «Quelle prodotte il lunedì – dice Rega – salgono sull’areo il lunedì sera stesso e il martedì sono già in America».

Tra i marchi Usa che hanno partecipato alla missione, la maggioranza erano catene regionali. Heinen’s, per esempio, fattura 700 milioni di dollari all’anno tra l’area metropolitana di Cleveland e quella di Chicago. Roche Bros ne fattura 300 soprattutto nell’area di Boston. Mentre New Seasons Market vende prodotti di fascia alta prevalentemente in California, tra Santa Cruz, Santa Barbara, Los Angeles e San Diego. «Per un’azienda delle nostre dimensioni – racconta Tositti del gruppo Fini – ho capito che sono proprio questi gli interlocutori ideali. Le catene sovranazionali, infatti, rischiano di essere dispersive». E uno stato americano è pur sempre grande quasi quanto certe nazioni europee.

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