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Allarme latte, chiuse 4 stalle al giorno. Martina: «Solidarietà a chi produce». Il commento: non ripetere l’errore delle quote

Tre litri di latte al costo di un caffè. È quanto incassano gli allevatori, mentre al consumo il prezzo aumenta di almeno cinque volte. Il settore lattiero-caseario, stretto tra listini in picchiata, concorrenza sleale e un potere contrattuale ridotto al lumicino, è allo stremo e ha lanciato ieri un ultimo Sos.

Un fiume di latte ha idealmente legato la Padania al profondo Sud con la maxi mungitura organizzata dalla Coldiretti. Migliaia di allevatori hanno portato in dodici piazze italiane il loro unico patrimonio, le «vacche», per chiedere di fermare il declino di una filiera che con 36mila imprese di allevamento che producono 11 milioni di tonnellate di latte bovino, vale 28 miliardi e circa 180mila occupati. Con la metà del latte consegnato dirottato alla produzione di 48 formaggi Dop, fiore all’occhiello del made in Italy agroalimentare.

E in difesa del settore hanno fatto quadrato, con il presidente dell’organizzazione agricola , Roberto Moncalvo, anche cinque ministri (Martina, Galletti, Poletti, Orlando e Lorenzin). Le quote latte, che hanno imbrigliato la produzione nell’Unione europea, sono al capolinea con una velenosa coda di surplus e il settore ancora non dispone di strumenti per un atterraggio soft. Una pericolosa spirale ribassista ha messo nell’angolo il prodotto italiano che oggi non riesce a spuntare più di 35 centesimi al litro (dai 47 dello scorso anno). Il risultato è la chiusura delle stalle (ogni giorno se ne perdono 4), posti di lavoro bruciati (oltre 32mila in meno) e l’impennata delle importazioni (+23%). All’estero si acquistano infatti 86 milioni di quintali e, secondo lo studio Coldiretti, per ogni milione di quintali di latte in più scompaiono 17mila mucche e 1.200 occupati in agricoltura. È «l’attacco alle stalle italiane», come recita il titolo del dossier presentato dall’organizzazione agricola.

Nel passaggio dalla stalla allo scaffale il prezzo del latte «monta» con un ricarico del 328%, mentre i listini all’origine sono stati tagliati del 20 per cento. Da 35 centesimi si arriva a 1,5 euro per un litro di alta qualità.

Così il futuro è segnato, ma secondo la Coldiretti si può ancora invertire la tendenza. «Nella forbice dei prezzi dalla stalla alla tavola c’è spazio da recuperare – ha detto il presidente Moncalvo – per consentire ai consumatori di acquistare un prodotto indispensabile per la salute e per dare agli allevatori italiani la possibilità di continuare a garantire una produzione di qualità con standard di sicurezza da record. A dimostrarlo ci sono gli esempi significativi di gruppi lungimiranti della distribuzione e dell’industria che ci auguriamo possano essere seguiti da tutti».

La Coldiretti dunque pone due questioni: la difesa del reddito degli allevatori e la tutela dei consumatori. «Oggi anche a causa delle importazioni di minor qualità – ha sottolineato Moncalvo – l’Italia importa il 40% del latte e dei formaggi che consuma. E il rischio è che all’Expo si possa arrivare con le stalle vuote e la perdita del primato dei formaggi Dop che in quantità superano anche quelli francesi”.

E alla Francia «pigliatutto» ieri la Coldiretti ha riservato anche un attacco. Nel mirino l’ultimo acquisto della Lactalis in Friuli che ha ulteriormente rafforzato il pacchetto italiano della multinazionale francese. Per questo la Coldiretti, affiancata dal Codacons, ha presentato un esposto all’Antitrust per chiedere di «fare luce sugli abusi di dipendenza economica a danno dei produttori di latte fresco».

Il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, che «ha munto» nella stalla allestita in piazza Affari a Milano ha ricordato che il governo sta attivando alcune iniziative (si veda il Sole 24 Ore del 6 febbraio) e ha convocato per l’11 febbraio un tavolo di filiera. Intanto il ministro ha lanciato un appello all’industria perché «batta un colpo e faccia uno sforzo: riconoscere che in Italia i costi di produzione sono più alti».

Non ripetere l’errore delle quote

Roberto Iotti. L’Italia, almeno dal 1984 – anno di avvio delle quote europee – ha avuto un rapporto difficile con il latte. All’epoca presentammo a Bruxelles numeri sbagliati sulla nostra capacità produttiva e da lì ne conseguirono altri errori, scandali e feroci proteste. Basti ricordare i blocchi stradali dei Cobas nel 1996, quando il governo Prodi disse basta alle multe sulle eccedenze pagate dalle Stato. «Adesso paghino gli allevatori», fu il monito. Ma gli ellavatori risposero picche. Solo nel ’97, con l’inchiesta della commissione di governo guidata dal generale dei Carabinieri, Natalino Lecca, si scoprirono ufficialmente le stalle in Piazza Navona, le cosi dette quote di carta, le truffe, l’import di latte in nero e via con il triste campionario della furbesca italianità. Ecco perchè il capitolo latte, in Italia, è così incendiario: miliardi di euro di multe pagate in buona parte dallo Stato mentre si fatica ancora nel recuperare 422 milioni dagli allevatori andati a ruolo. Nel frattempo, tra il 1985 e il 2013 gli allevamenti in Italia sono stati decimati: da 150mila e 60mila stalle ancora in attività. Ogni ministro che ha preso in mano il dossier latte si è scottato. Ecco perchè la fine del sistema quote latte, in calendario al 31 marzo, dovrebbe segnare l’avvio di una nuova stagione: nell’interesse degli allevatori, delle imprese di trasformazione e dell’Italia.

Il Sole 24 Ore – 7 febbraio 2015 

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