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Allarme «Pfas». Un medico accusa: «A Roma dal 2000 sapevano tutto». Inquietante rivelazione di un professionista: 16 anni fa era arrivata una mail che citava due ditte italiane produttrici

Luca Fiorin. A Roma, stando a quanto afferma un medico ecologista, si sapeva della presenza nelle acque della nostra regione, delle sostanze perfluoro-alchiliche già nel 2000. Ovvero, ben 13 anni prima che la contaminazione di cui è vittima un’ampia area posta fra le provincie di Verona, Vicenza e Padova diventasse, in seguito a controlli effettuati entro il 2013 su indicazione dell’Unione Europea, un caso di interesse pubblico. Un caso così rilevante che dal prossimo novembre darà vita allo screening sulla salute della popolazione più esteso al mondo, per lo meno fra quelli sinora attuati per casi di questo tipo. Un controllo vastissimo, che riguarderà anche 72mila cittadini in provincia di Verona.

LA DENUNCIA. Secondo Vincenzo Cordiano, medico dell’Ulss che opera a Valdagno, nel vicentino, che è presidente dell’associazione dei medici per l’ambiente Isde di Vicenza, «l’affermazione, ripetuta da diversi funzionari regionali e dalle Ulss, secondo la quale nessuno in Veneto era a conoscenza della presenza dei Pfas prima dell’estate del 2013, è inverosimile».

Cordiano, infatti, spiega che tali dichiarazioni «sono smentite da un documento dell’Epa, grosso modo l’equivalente statunitense del ministero per l’Ambiente italiano, che è stato inviato ancora il 16 maggio del 2000 dal dottor Charles Auer, allora direttore di un dipartimento dell’ente americano, a un gruppo di studiosi e ricercatori di varie nazionalità, di cui almeno due erano in carica all’Istituto superiore di Sanità (Iss)».

L’istituto svolge la funzione di consulente del Governo e della Regione su questo argomento. «Con tale messaggio», continua il medico, «Auer informava della decisione della 3M, l’unica azienda produttrice negli Usa di uno dei componenti appartenenti alla famiglia dei Pfas, quello considerato maggiormente pericolosi, cioè il Pfos, di sospendere la produzione sia di esso che di un altro composto diffuso in Veneto, il Pfoa, ed affermava chiaramente che in altri Paesi, Italia compresa, esistevano produttori di Pfas».

I DUBBI. Il documento è tuttora disponibile su un sito internazionale dedicato alle industrie chimiche. «Personalmente», afferma ancora Cordiano, «non conosco il ruolo che svolgevano nel 2000 i destinatari dell’email dell’Istituto superiore di sanità, ne se sono state intraprese iniziative per indurre le uniche due aziende italiane produttrici di Pfas (la Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria, e la Miteni di Trissino, Vicenza) a sospendere la produzione di sostanze che già allora Auer definiva come altamente persistenti nell’ambiente e con una forte tendenza ad accumularsi nel sangue e nei tessuti animali, tanto da poter esporre ad un rischio per la salute umana».

«Quello che invece so», aggiunge il medico, «è che l’azienda Miteni ha continuato a produrre Pfos e Pfoa almeno fino al 2011, anche se, secondo le dichiarazioni rilasciate dall’amministratore delegato della Miteni, e da quanto è riportato nel sito dell’azienda, risulta che la ditta ha presentato già nel 2011 al ministero dell’Ambiente i dati sulla produzione di Pfas e che su questo si è confrontata con l’Istituo superiore della sanità, in occasione di congressi internazionali, arrivando nel 2008 a condividere una valutazione dei rischi».

LE DOMANDE. «Sarebbe interessante sapere se il mancato intervento dei ministeri, per oltre 10 anni, sia stato influenzato dalla collaborazione costruttiva della Miteni o se l’azienda di Trissino abbia sponsorizzato convegni, eventi o iniziative alle quali hanno partecipato ricercatori o altri funzionari dell’Istituto superiore di Sanità o di altre istituzioni o ministeri italiani», afferma Cordiano. «In altre parole», si interroga il medico, «in cosa si è concretizzato il contributo all’Iss della Miteni, ed essa ha mai informato i dirigenti delle Ulss e della Regione Veneto della possibile pericolosità dei suoi prodotti ed ha mai cercato di condividere il rischio con la popolazione che ne era esposta?»

ESAMI E POLEMICHE. In questi giorni, intanto, si è saputo che si è conclusa la seconda fase del biomonitoraggio che era stato avviato su un campione di cittadini del Basso Vicentino per accertare la presenza di Pfas nel loro sangue. Un controllo i cui primi risultati, che hanno attestato che tale situazione è concretamente esistente, hanno fatto sì che la Regione Veneto abbia poi deciso di controllare lo stato di salute di tutta la popolazione potenzialmente a rischio. In questo secondo stadio della verifica sono stati inseriti anche i dati di analisi effettuati m provincia di Verona. Intanto, mentre sul fronte veronese da qualche tempo tutto tace, il sindaco di Vicenza, Achille Variati, critica la contrapposizione che continua a persistere fra il ministero dell’Ambiente e la Regione in merito all’inquinamento da sostanze perfluoro-alchiliche e propone di unire le forze per garantire un approvvigionamento sicuro degli acquedotti.

L’Arena – 10 agosto 2016 

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