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Alle Camere privilegi ormai intollerabili. Ma a sforbiciare devono essere anche le Regioni. Quella vecchia impalcatura di “benefici” va smantellata

di Sergio Rizzo Un tetto puro e semplice agli stipendi è la soluzione più facile e diretta. Ma forse non la cura più efficace per eliminare certi compensi astronomicamente ingiusti corsi nelle tasche degli alti burocrati per troppo tempo e insieme far trionfare la meritocrazia nella Pubblica amministrazione.

Tanto per fare un esempio il tetto non ha effetti su retribuzioni magari appena più modeste, ma certo altrettanto ingiustificate. C’è quindi da domandarsi se non funzioni meglio, in funzione del merito, un sistema di retribuzioni fortemente variabili sulla base di valutazioni serie, rigorose e soprattutto indipendenti. Fatta questa doverosa premessa, è davvero difficile contraddire Matteo Renzi sul fatto che 240 mila euro l’anno non siano un parametro più che adeguato per le buste paga di Camera e Senato. Dove la cosiddetta «autodichìa», ovvero quel principio secondo il quale gli organi costituzionali gestiscono in piena autonomia e senza controlli esterni le proprie risorse, ha prodotto situazioni di privilegio inenarrabili e anacronistiche.

Legate a folli automatismi, come la sopravvivenza di una specie di generosissima scala mobile e un meccanismo di scatti capace di far salire anche del 400 per cento lo stipendio netto dall’assunzione alla pensione, le retribuzioni dei dipendenti avevano raggiunto livelli assolutamente senza senso, mandando letteralmente in orbita le spese di Montecitorio e Palazzo Madama. Per non parlare di regimi pensionistici che non hanno pari nel mondo del lavoro pubblico e privato. Il tutto grazie ad accordi scellerati con un pulviscolo di sindacati interni, costantemente protesi alla difesa degli interessi corporativi.

Più dei valori assoluti, dicono tutto certi rapporti. Lo stipendio medio di un dipendente della Camera e del Senato, sulle basi dei rispettivi bilanci, è superiore a 150 mila euro lordi l’anno (la paga dell’amministratore delegato di un’azienda privata), mentre quello del loro collega della Camera dei comuni britannica si aggira intorno ai 40 mila euro. Quattro a uno. Le segretissime tabelle retributive del Senato informavano nel 2008 che la retribuzione di un commesso (il livello inferiore della scala) al massimo livello della carriera poteva raggiungere 159 mila euro lordi l’anno. Mentre quella di uno stenografo che avesse completato il quarantesimo anno di attività era in grado di toccare 289 mila euro: tremila euro in meno dell’appannaggio annuale del Re di Spagna, o 70 mila in più del compenso del segretario generale dell’Onu, se preferite. Fece scalpore, nel 2006, la rivelazione dell’Espresso secondo cui il segretario generale del Senato Antonio Malaschini percepiva 485 mila euro l’anno: quando è uscito da Palazzo Madama, pochi anni dopo, viaggiava intorno ai 550 mila. Nel 2012, da sottosegretario alla presidenza del governo Monti, ha reso noto l’ammontare della sua pensione parlamentare: 519 mila euro lordi l’anno. Quasi il doppio dell’indennità del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

L’esempio delle Camere ha prodotto a cascata guasti anche in molte Regioni. Dove gli apparati politici, rivendicando la stessa «autodichìa» degli organi costituzionali, hanno dilagato con modalità in qualche caso decisamente peggiori. Stipendi stellari, assunzioni clientelari, strutture ipertrofiche e inefficienti. Come documenta il rapporto sui costi della politica preparato dal gruppo di lavoro coordinato da Massimo Bordignon per il commissario alla spending review Carlo Cottarelli, i venti Consigli regionali italiani spendevano per il personale nel 2012 quasi 360 milioni di euro. Somma paragonabile, considerando il numero degli eletti, a quella delle due Camere. Nella sola Sicilia, con il governatore Rosario Crocetta che ha denunciato scandalizzato che la retribuzione del segretario generale dell’Assemblea regionale sarebbe addirittura più alta di quelle dei suoi colleghi di Montecitorio e Palazzo Madama, il personale consiliare costa la bellezza di 86,6 milioni: contro i 20,8 della Lombardia, Regione che ha una popolazione doppia.

Cose che se erano già inaccettabili anni fa, quando l’economia arrancava ma il Paese galleggiava, oggi lo sono ancora di più. Un insulto alla realtà di una disoccupazione a livelli record da quarant’anni, di un Prodotto interno lordo crollato dal 10 per cento dall’inizio della crisi, di una povertà che cresce a livelli vertiginosi, di una speranza per i giovani di trovare lavoro semplicemente inesistente.

Quella vecchia impalcatura di privilegi appartiene a un mondo che ormai non esiste più. Va solo smantellata. E chi si ostina ancora a difenderla, sappia che difende ormai l’indifendibile.

Il Corriere della Sera – 26 luglio 2014

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