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Ammanchi. Chiesto rinvio a giudizio per le cassiere dell’Asl 13

Se nella notte del 12 maggio di tre anni fa i banditi non avessero fatto saltare la cassaforte del Centro prenotazioni dell’ospedale di Dolo, probabilmente, neppure l’ammanco causato dalla cassiera e dalla sua vice sarebbe venuto alla luce.

Un ammanco – almeno stando alle accuse del pubblico ministero Paola Tonini che ha chiesto il rinvio a giudizio – ben maggiore di quello provocato dal «colpo» dei ladri, che si erano portati via 30 mila euro. Olesia Masolini (66 anni) e Laura Favaretto (50 anni) devono rispondere di peculato e di soppressioni di atti: avrebbero fatto sparire ben 170 mila euro nel giro di una quindicina di giorni, dal 14 al 31 luglio 2009. Sono i soldi che i pazienti versano per pagare il ticket di visite, esami ed altre prestazioni sanitarie e che la responsabile della cassa e la sua vice ritirano, contabilizzano e, alla fine della giornata di lavoro, sistemano nella cassaforte che quella notte i ladri hanno fatto saltare grazie ad una bombola di acetilene. I primi sospetti, dal punto di vista contabile, sono sorti dopo il «colpo», mancavano pezze d’appoggio, spariti documenti contabili, insomma una confusione notevole. I controlli da parte della direzione dell’Ulss 13 hanno dato esito positivo: a mancare erano soprattutto i riscontri contabili per quei quindici giorni di luglio. Alla fine l’ammanco accertato è stato di 170 mila euro. Alla fine delle indagini il pm Tonini ha chiesto il rinvio a giudizio della cassiera e della vice, anche se non erano pubblici dipendenti, ma erano incaricate di un pubblico servizio. L’Ulss 13, infatti, aveva appaltato all’esterno, tra gli altri, anche il servizio di cassa alla «Domino srl», che a sua volta l’aveva subappaltato alla cooperativa «Csu», che infine l’aveva passato alla coop «S.a.r.ha.», dalla quale dipendevano Masolini e Favaretto. Ben tre passaggi, durante i quali tutti devono guadagnarci qualche cosa. Un sistema davvero discutibile, tanto che molte pubbliche amministrazioni , quando indicono gare d’appalto, nel bando vietano esplicitamente i subappalti. Ieri, il giudice veneziano Antonio Liguori ha rinviato l’udienza al 31 ottobre su richiesta degli avvocati della difesa, che hanno chiesto più tempo per risarcire almeno in parte il danno alle casse dell’Unità sanitaria numero 13. L’obiettivo è quello di patteggiare la pena e la rappresentante della Procura ha dichiarato la sua disponibilità. L’accordo sulla pena non è ancora concluso ma è probabile che si aggiri per entrambe le indagate sui due anni di reclusione in modo che scatti la sospensione condizionale e non debbano andare in carcere.

La Nuova Venezia – 30 maggio 2012

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