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Anche chi usa chimica sarà Bio. Rivolta contro nuovi criteriUe

I produttori: gli incentivi «verdi» ai coltivatori industriali. «Per decenni la politica agricola dell’Unione Europea ha intrapreso la giusta strada, quella cioè favorevole a un’agricoltura più orientata verso il rispetto dell’ambiente, della natura e quindi del cittadino-consumatore.

Con queste ultime decisioni della Commissione agricoltura del Parlamento europeo si rischia di compiere tanti, troppi, pericolosissimi passi indietro e di favorire, invece, un’agricoltura inquinante e nociva».

Maria Grazia Mammuccini coordina un tavolo di lavoro che accomuna le principali liste che sostengono una politica agricola di indirizzo ecologista. Si tratta delle associazioni storicamente impegnate su questo fronte (Associazione italiana agricoltura biologica, Associazione per l’agricoltura biodinamica, FAI-Fondo ambiente italiano, Federbio-Unione nazionale produttori biologici e biodinamici, Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica, Italia nostra, Legambiente, Lipu-Birdlife Italia, Pro natura, Slow food, Società italiana ecologia del paesaggio, Touring club italiano, Wwf). A sua volta, il tavolo è in contatto con le altre realtà europee che condividono una identica sensibilità ambientale, imprenditoriale e sociale nel resto dell’Unione, primo tra tutti il movimento internazionale «La via campesina».

Di che si tratta? Maria Grazia Mammuccini ripercorre le tappe europee: «Alla fine del 2011 la Commissione europea aveva varato una proposta di riforma della Politica agricola comunitaria che conteneva segnali di innovazione introducendo misure “verdi” per premiare chi produce tenendo conto dell’equilibrio con l’ambiente, il paesaggio, la biodiversità. Invece il 23 e il 24 gennaio la Commissione Agricoltura del Parlamento ha fatto prevalere gli interessi dell’agricoltura industriale, che naturalmente ricorre ai fertilizzanti chimici. C’è ancora tempo per cambiare le cose, il voto in aula è previsto per l’11 e il 14 marzo, per questo ci mobilitiamo».

Ma come e perché la Commissione Agricoltura avrebbe peggiorato le condizioni di lavoro per chi si occupa di agricoltura biologica? «Semplice. Sono stati cancellati dagli aiuti “verdi” tutte le misure obbligatorie per il clima, la biodiversità, la diversificazione delle colture, la tutela dei prati permanenti e le aree di interesse ecologico che sono state ridotte dal 7% al 3%. C’è un nuovo menu di misure che ogni amministrazione potrà scegliere e di fatto ognuno potrà continuare a fare ciò che ha fatto fino ad oggi. Per esempio si attribuisce valore ambientale a tutte le colture arboree: ma non è così, perché se i frutteti sono condotti col metodo convenzionale e i fertilizzanti chimici, sono altamente inquinanti». Secondo Maria Grazia Mammuccini c’è un altro elemento preoccupante: «L’82% delle aziende agricole europee sarà esentato dal produrre con pratiche rispettose dell’ambiente perché l’obbligo scatta solo per chi ha più di 10 ettari. La media italiana per azienda è dell’8%».

Altro motivo di preoccupazione, per il tavolo di coordinamento tra le sigle, il fatto che si metta sullo stesso piano il metodo biologico con altre certificazioni agroambientali, creando un’equiparazione tra chi produce senza chimica di sintesi, quindi l’universo biologico e biodinamico, e chi al contrario ricorre ai prodotti chimici. Secondo le sigle che si stanno battendo per l’agricoltura biologica, un altro appuntamento fondamentale sarà il 7 e l’8 febbraio quando ci sarà la discussione sul bilancio in sede di Consiglio Europeo. Le associazioni premono sul ministro dell’Agricoltura Mario Catania «perché difenda il budget del nostro Paese e sostenga una riforma in grado di spendere le risorse in modo giusto»

Conclude Maria Grazia Mammuccini: «Stiamo parlando di una straordinaria risorsa per il nostro Paese. Da un nuovo equilibrio tra agricoltura e ambiente può nascere una diversa economia e un differente modello di sviluppo basati sul rispetto della natura e delle persone. Occorre investire nel settore dell’agricoltura biologica con politiche chiare, in grado di usare le risorse pubbliche in modo diverso dal passato e nell’interesse pubblico per contribuire alla salute dell’ambiente assicurando non solo cibo sano ma anche un futuro ai giovani. Non ci possiamo permettere di sbagliare ancora…»

Il Corriere della Sera – 2 febbraio 2013

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