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Andare in pensione prima conviene, si incassa meno però per più tempo. Il calcolo di convenienza alla fine potrebbe essere una questione soggettiva

In pensione prima, ma con un assegno più basso. È questa la scelta di fronte alla quale potrebbero trovarsi i lavoratori che il prossimo volessero approfittare di «Quota 100», la possibilità offerta dal governo di anticipare l’uscita con 62 anni di età e 38 di contributi. Il taglio dell’assegno non dipende da una decisione del governo che, anzi, non ha introdotto nessun tipo di penalizzazione per il prepensionamento. Dipende invece, dai meccanismi automatici del sistema di calcolo contributivo delle pensioni (chi lascerà il lavoro avrà una quota dell’assegno calcolata con il metodo contributivo e una con quello retributivo).

Rispetto alla legge Fornero, che dal prossimo anno porta a 67 anni l’età di pensionamento, si può lasciare il lavoro fino a 5 anni prima (62 anni). Ogni anno di anticipo, tuttavia, ha due conseguenze: si versano meno contributi e non si hanno scatti salariali. Siccome il valore della pensione dipende dai contributi versati, di fatto l’anticipo di traduce in un assegno minore. Sul cui importo incidono anche i coefficienti di trasformazione, un numeretto che trasforma i contributi nella pensione vera e propria. Più passa il tempo più quel numeretto cresce e con lui l’assegno. A 62 anni il coefficiente è 4,790. A 67 anni è 5,604. Questi due elementi agiscono insomma, come un effetto forbice sulla pensione? Di quanto la riducono? I conteggi li ha fatti l’Upb, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, l’Authority indipendente che deve certificare le stime del governo. Il taglio, secondo i conteggi fatti dall’Upb usando la banca dati dell’Inps, oscillano tra il 5% per chi anticipa di un solo anno l’uscita, fino a 34% per chi esce cinque anni prima rispetto ai requisiti della Fornero.

I CONTEGGI
Ma basta questo dato a valutare la convenienza o meno ad anticipare la pensione? In realtà no. E lo ammette lo stesso Upb. C’è da tener presente anche un altro elemento. Se è vero che anticipando la pensione si incassa un assegno più basso, è anche vero che quello stesso assegno lo si incassa per un tempo più lungo, perché si rimane in pensione più anni. Se si prende in considerazione anche questa variabile, i conti un po’ cambiano. Per esempio, spiega l’Upb, chi anticipa la pensione di un anno approfittando dell’opportunità data da «Quota 100», alla fine avrà preso complessivamente più soldi: lo 0,22% per l’esattezza. Se si anticipa di cinque anni pieni la pensione, è vero che si incassa il 34% in meno ogni mese, ma nel complesso la perdita cumulata negli anni sarebbe limitata all’8,65% proprio perché quell’importo ridotto verrebbe corrisposto per cinque anni in più. Insomma, il calcolo di convenienza alla fine potrebbe essere una questione soggettiva. Che dipende anche da altri fattori. Come il divieto di cumulo tra pensione e reddito che sarà inserito nella norma. Secondo l’Upb, poi, «Quota 100» costerebbe 13 miliardi di euro l’anno e permetterebbe a 475 mila persone di anticipare la pensione. Ma la stima non tiene conto di tutte le clausole della norma (che non è stata ancora resa pubblica dal governo). Per i dipendenti privati ci saranno quattro finestre di uscita. Per i dipendenti pubblici ci sarà un preavviso di nove mesi. Già questi due correttivi, in realtà, riducono la platea potenziale a 360 mila persone. Secondo i conteggi del governo, ora al vagio dell’Inps e della Ragioneria generale, il costo per le casse pubbliche sarebbe di poco superiore a 5 miliardi di euro (contro i 6,7 miliardi stanziati), per poi salire a 8 miliardi il secondo anno. Ieri Matteo Salvini, comunque, ha spiegato che se «i soldi non dovessero bastare, ne troveremo altri».

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