Breaking news

Sei in:

Animali in città, quarto rapporto Legambiente sui servizi. In questa edizione coinvolte le Asl. Quadro ancora disomogeneo

cane legambientedi Monica Rubino. Quarta edizione del rapporto sui servizi dei capoluoghi italiani per la gestione degli animali. Coinvolte anche le Asl. Il 90% dei Comuni dichiara di aver attivato uffici dedicati al settore, ma il 59% del campione non raggiunge la sufficienza. Terni e Prato sono le città più amiche degli animali, seguite da Modena, Ferrara e Verona. Mentre l’Asl Napoli 1 Centro si distingue per il suo presidio ospedaliero veterinario. A indagare sui capoluoghi attenti agli amici a quattro zampe ci ha pensato Legambiente con il quarto rapporto “Animali in città”, uno studio a tutto campo sui servizi e le attività dei capoluoghi italiani per la tutela e la gestione dei nostri cuccioli. La grande novità dell’edizione di quest’anno è il coinvolgimento diretto anche delle Aziende sanitarie locali, con l’obiettivo di potenziare le sinergie e le strategie condivise per garantire  ai cittadini che amano gli animali servizi migliori e in maggior numero. Il Rapporto

Luci e ombre. Dall’indagine di Legambiente emerge un’Italia che tutela e ama gli animali nonostante la crisi e le difficoltà economiche. Ma c’è ancora molto da fare per garantire più tutela e benessere nell’ambiente urbano non solo a cani e gatti, ma a tutto il diversificato mondo dei piccoli amici domestici, fatto di uccelli, pesci, conigli, criceti, ecc. Al punto che l’associazione ambientalista pone con forza l’esigenza di istituire una anagrafe unica nazionale obbligatoria degli animali da compagnia, distinta per specie. Mentre appoggia l’iniziativa di alcuni comuni (ma sono solo il 9,4% del campione) di offrire detrazioni sulle tasse locali ai cittadini che adottano cani dai canili. Come i paesi di Francofonte e Solarino, entrambi in provincia di Siracusa, che hanno previsto sgravi sulla Tares fino a rispettivamente 450 e 750 euro, a chi accoglie un cucciolo senza padrone.

“Con  il IV rapporto nazionale Animali in Città, vorremmo dare un concreto contributo alla crescita della corretta gestione dei milioni di amici a quattro zampe – spiega Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente – e dell’effettivo rispetto del loro benessere. Per far ciò è evidente che le politiche del settore in Italia devono saper passare da una fase pioneristica dove solo alcune realtà hanno saputo costruire esperienze positive ad una in cui tali esperienze diventino patrimonio diffuso e pratica viva in tutto il Paese”.

L’indagine, risultati complessivi. Legambiente ha realizzato lo studio attraverso un questionario al quale hanno risposto 85 comuni capoluogo di provincia (il 77% del campione), equivalenti alle amministrazioni che offrono servizi a 15.590.077 cittadini, e 74 Aziende sanitarie locali, ossia il 50% delle 146 Asl del campione contattato, responsabili dei servizi per ben 4.056 Comuni italiani rivolti a 30.326.974 cittadini.

Va detto che il  90% dei Comuni capoluogo che ha risposto al questionario ha dichiarato di aver attivato l’assessorato o l’ufficio appositamente dedicato al settore, mentre l’82% delle Aziende sanitarie locali che ha risposto ha dichiarato di avere almeno il canile sanitario o l’ufficio di igiene urbana veterinaria (in due casi anche l’ospedale veterinario) appositamente dedicati. In tali strutture i comuni dichiarano di impegnare complessivamente 191 unità di personale, in media 2,2 unità a città, mentre le Aziende sanitarie locali complessivamente 406,5 unità di personale, quindi in media 5,5 unità per azienda.

Il 59% del campione non raggiunge la sufficienza. Teoricamente, dunque, la gran parte delle amministrazioni e delle Asl dovrebbe essere in condizioni di dare buone se non ottime risposte alle esigenze dei cittadini e dei nostri amici pelosi, piumosi o squamati.  Invece raggiungono una performance sufficiente, ossia almeno 30 punti su 100, 30 città sulle 85 che hanno risposto, pari al 35% del campione. Hanno invece una performance buona, ossia almeno 40 punti su 100, solo 3 città (Modena, Ferrara e Verona) su 85, un modesto 3,5%, e infine solo 2 città (Terni e Prato), ossia il 2,5%, superano i 50 punti su 100 raggiungendo una performance ottima. Il restante 59% del campione, invece, non raggiunge la sufficienza.

Asl, il buon esempio di Napoli. Tra le Aziende sanitarie raggiungono una performance sufficiente 22 aziende sanitarie sulle 74 che hanno risposto, pari al 30% del campione, mentre hanno una performance buona, ossia almeno 40 punti su 100, 13 aziende sanitarie (Asur 3 Macerata, Asur 1, Avezzano-Sulmona-L’Aquila, Firenze, Brescia, Asti, Roma G, Mantova, Milano, Ausl Umbria 2, Como, Bergamo, Lecco), pari al 17,5% del campione, ed infine solo 1 azienda sanitaria (Napoli 1 Centro) supera i 50 punti su 100, ossia poco più dell’1% del campione, e quindi ha un performance ottima. L’Asl Napoli 1 è un esempio di buone pratiche in quanto offre un presidio ospedaliero veterinario con un servizio h24 di pronto soccorso per cani, gatti e uccelli senza padrone, fornendo anche il ricovero in degenza e sviluppando programmi di educazione sanitaria sul corretto rapporto tra uomo, animale e ambiente rivolti alla varie fasce di età.

LO STUDIO NEL DETTAGLIO

I costi.  Fin qui abbiamo sintetizzato i risultati complessivi del rapporto di Legambiente e i punteggi totali raggiunti da ogni città. Da questo punto in poi dell’articolo vi illustreremo i dati nel dettaglio. Cominciamo dai costi. La spesa pubblica dichiarata dagli 85 Comuni capoluogo assomma a 27.083.871, con un costo medio di 1,74 euro/cittadino. I cinque Comuni che dichiarano di spendere di più sono, in ordine decrescente, Matera con 13,15 euro/cittadino, Terni (10,3), Isernia (7,7) Tortolì (7,6) e Grosseto (7,56). I cinque Comuni che dichiarano di spendere meno sono Padova con 0,10 centesimi/cittadino, Bolzano (0,17), Brescia (0,2), Verona (0,22) e, pari merito, Palermo e Treviso (0,24).

 Più “incerto” il costo pubblico di settore a carico delle Aziende sanitarie locali in quanto solo due aziende, Bergamo e L’Aquila, hanno dichiarato i costi complessivi del settore sostenuti nel 2013, rispettivamente per 490.000,00 e 2.415.778,18 euro, mentre la maggior parte delle aziende ha fornito solo costi parziali.  Verosimilmente la spesa di settore per tutte le aziende sanitarie italiane è stimabile, per il 2013, intorno ai 151.956.670,00 euro/anno, considerando un costo medio di 2,5 euro/cittadino.

Gestione dei canili. La gran parte dei costi (oltre l’80%) è assorbita nella gestione dei cani presso i canili rifugio, “strutture indispensabili per il modello attuale – sostiene Legambiente – ma oggettivamente fallimentari rispetto ad obiettivi credibili tanto di benessere animale che di contenimento dei costi a carico delle pubbliche amministrazioni”. I Comuni capoluogo dichiarano di gestire queste strutture in proprio nel 12% dei casi, tramite ditte o cooperative con appalto pubblico nel 30% dei casi e tramite associazioni in convenzione nel rimanente 58% dei casi. Nel caso delle Aziende sanitarie, per le quali è più arduo stimare i costi effettivi sostenuti per la gestione dei canili sanitari, emerge che questa viene effettuata in proprio nel 28% dei casi, tramite ditte o cooperative con appalto pubblico nel 28% dei casi e tramite Associazioni in convenzione nel 44% dei casi.

Cani iscritti all’anagrafe. L’anagrafe canina, unica ad oggi obbligatoria per gli animali in città, è di competenza delle Asl, eccezion fatta per le regioni Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia dove spetta ai Comuni. Dall’indagine è emerso che l’82% delle Aziende sanitarie dichiara di conoscere il numero complessivo dei cani iscritti in anagrafe canina nel proprio territorio. In media, rispetto alle Asl  che hanno fornito il dato, risulta 1 cane ogni 8,08 cittadini residenti

anagrafe canina tab

Fonte: Elaborazione Legambiente su dati Istat 31.12.2013 e ministero della Salute 20.02 2014

Cani vaganti. I cani vaganti, siano essi padronali o randagi, sono il principale elemento di conflittualità e sofferenza nell’ambito degli animali d’affezione e il più significativo costo economico a carico della collettività. In media, nei Comuni capoluogo, nel 2013 ogni 4 cani catturati 3 hanno trovato felice soluzione tra restituiti ai proprietari, dati in adozione o rimessi in libertà come cani “liberi-controllati” (vedi paragrafo successivo). Anche in questo caso i dati di dettaglio mostrano situazioni molto differenti. In negativo: Catanzaro dove ogni 11 cani catturati trova positiva soluzione appena 1 cane. In positivo: Verbania dove per 1 cane catturato si trova soluzione a 10 cani.

Cani liberi controllati e tutelati dalla P.A. L’altro indicatore di una gestione pubblica meno onerosa, più partecipata (come avviene con i cittadini che si prendono cura delle colonie feline) e con un maggior grado di libertà per gli animali non padronali è la presenza dei cosiddetti cani di quartiere o “liberi-controllati”. Tali esperienze sono presenti in meno di 1 Comune su 5, quasi tutti concentrati nel Meridione. Infatti le città che hanno dichiarato di avere cani liberi controllati sono nell’87,5% dei casi al Sud, nel 12,5% al Centro e in zero casi al Nord Italia. Sono stati dichiarati complessivamente 7.118 cani liberi controllati dai Comuni con 954 cittadini specificamente impegnati, ma di questi ben 5.907 sono in città capoluogo siciliane (83% del totale) e 256 cittadini specificamente incaricati: Catania (3.000 cani e 174 cittadini), Messina (1.973 cani), Siracusa (476 cani e 75 cittadini), Palermo (451 cani) e Trapani (7 cani e 7 cittadini). Altre città con numeri importanti sono Roma (400 cani e 300 cittadini), Chieti (290 cani) e Potenza (256 cani e 340 cittadini).

Censimento delle strutture dedicate agli animali d’affezione. I Comuni unitamente alle Asl sono tenuti ai controlli e al rilascio delle autorizzazioni alle strutture e ai luoghi dedicati ai servizi agli animali d’affezione, ossia canili, colonie feline, aree urbane per cani, pensioni per cani e gatti, campi di educazione e addestramento cani, allevamenti, ecc..  Dall’indagine emerge che un terzo dei Comuni italiani (il 77,6%) e il 96% delle Asl dichiara di sapere quante siano.

Colonie feline. La corretta gestione delle colonie feline è uno degli elementi che facilita il buon rapporto con gli animali in città o che, al contrario, può ingenerare frequenti conflitti (con i cani vaganti, per le continue cucciolate in strada in caso di mancata sterilizzazione, ecc.). Va detto che il 100% dei contesti urbani ha gatti liberi più o meno “autorganizzati” in colonie. Ma solo il 68% delle città capoluogo dichiara di monitorare le colonie feline presenti nel proprio territorio che ammontano a 17.500, con oltre 164.371 gatti. In ordine decrescente dichiarano: Roma 4.415 colonie e 55.725 gatti, Torino 1.424 colonie e 26.000 gatti, quindi Napoli 1.242 colonie e 12.008 gatti e infine Milano 700 colonie e 7.000 gatti.

Controllo demografico di cani e gatti. Legambiente segnala, inoltre, una scarsa attenzione delle amministrazioni rispetto a politiche di contenimento preventivo e controllo delle nascite. La maggior parte delle Aziende sanitarie, ben il 75,67% del campione, dichiara di effettuare azioni di prevenzione del randagismo canino tramite sterilizzazione delle popolazioni, padronali e non padronali, di cani e gatti. I numeri riferiti al 2013 parlano di 10.228 cani e 33.523 gatti complessivamente sterilizzati. Del resto sono ancora pochi (solo il 4,7% de campione) quei Comuni che, al fine di controllare l’andamento demografico della popolazione canina e felina, hanno adottato un regolamento per facilitare, con agevolazioni fiscali o sostegni economici la sterilizzazione, o contrastare, con oneri fiscali, chi detiene riproduttori e cucciolate.

Regolamenti comunali.  Il 90% dei Comuni capoluogo dichiara di avere un regolamento per la corretta detenzione degli animali in città, mentre l’accesso nei locali pubblici e negli uffici in compagnia dei propri amici a quattro zampe è regolamentato in 2 Comuni su 3 (nel 62,3% dei casi). Per la fruizione delle coste, al mare e/o al lago, dove regole chiare aiutano una buona convivenza salvaguardando i diritti di tutti, tra i 35 Comuni capoluogo costieri che hanno risposto al questionario solo il 28,5% ha adottato un regolamento per l’accesso degli animali. Pochi anche i Comuni capoluogo (solo il 29,4%) che hanno adottato un regolamento per facilitare inumazione, cremazione e tumulazione ossia il dopo fine vita dei nostri amici a quattro zampe. Infine, un problema che si sta prepotentemente e sempre più affacciando dalla campagna in città e nei territori periurbani è il dramma dell’utilizzo illegale di esche o bocconi avvelenati, contro cui anche un apposito regolamento che affronti le particolari situazioni locali può essere un importante elemento deterrente, ma meno di 1 Comune su 2 lo ha adottato (il 41% dei casi).

Poche sanzioni su “deiezioni” e maltrattamenti. Anche la regola migliore necessita di un controllo senza il quale dopo pochissimo tempo se ne vanifica l’efficacia. Rispetto alla raccolta degli escrementi canini (sanzione dai 50 ai 300 euro), prendendo ad esempio due grandi città come Napoli e Roma, risulta che nel 2013 a Napoli, in una strada nei pressi della stazione centrale, sono stati “censiti” 30 escrementi di cane in circa 450 metri lineari, così come a Roma in una frequentata Villa pubblica cittadina in meno di 500 metri lineari ne sono stati “contati” 25. In merito, più di due Comuni su 3 (il 74%) dichiara di avere un nucleo della Polizia municipale individuato a effettuare controlli. Ma il 60,3% delle sanzioni ai proprietari di cani risultano effettuate solo in tre città: Prato, Perugia e Pistoia.

Nei casi di maltrattamento di animali, invece, le sanzioni penali vanno dai 5mila ai 30mila euro. Quasi tutte le Asl dicono di intervenire per il rispetto delle regole e il contrasto del maltrattamento degli animali (89%) ma i numeri dichiarati relativi alle sanzioni dicono altro: in totale 4.462 controlli effettuati nel 2013, ossia il controllo in un anno a 1 cittadino ogni 6.796 residenti e la somma di 22.124,00 euro di sanzioni.

Animali selvatici in difficoltà. Una situazione sempre più frequente riguarda il ritrovamento da parte dei cittadini di animali selvatici in difficoltà, feriti o abbandonati, dal rondone caduto dal nido alla testuggine o all’iguana abbandonata da qualche scriteriato. Ma chi chiama l’ufficio comunale o l’Asl competente avrà indicazioni su che cosa fare? In poco più di 1 Comune capoluogo su 2 (il 43,5% dei casi) ci diranno a chi rivolgerci e, nello specifico, le risposte, anche plurime, rinvieranno nel 29,4% dei casi alle Asl, nel 28,2% alla polizia provinciale e nel 23,5% dei casi, pari merito, a corpo forestale e associazioni di protezione degli animali. I contatti per chiamare un Centro per il recupero degli animali selvatici li fornisce poco più di 1 Comune capoluogo su 5 (nel 23,5% dei casi).

Nel caso delle Asl  2 su 3 danno risposta (il 66,2% dei casi), anche se soltanto 1 su 5 dichiara di intervenire con proprio personale (nel 19% dei casi), mentre nel 54% dei casi rinviano alla polizia provinciale, nel 35% dei casi al corpo forestale e nel 21% alle associazioni di protezione degli animali. Dichiarano di gestire direttamente o di avere contatto con un Centro per il recupero degli animali selvatici soltanto il 21% delle Aziende sanitarie, che nel 90,5% dei casi dichiara anche di non conoscere i dati sanitari dei centri di recupero.

Scarsa conoscenza della biodiversità animale in città. Sono ancora troppo pochi i Comuni che conoscono la biodiversità animale presente nei centri urbani, importante tanto quanto valore da promuovere che come nuove esigenze con cui saper convivere. Ad esempio, salverebbe molte vite umane conoscere esattamente dove realizzare un sovra o sottopasso stradale per evitare, o comunque ridurre drasticamente, il rischio di incidenti automobilistici con animali selvatici.

 In generale solo il 18,8% dei Comuni capoluogo, meno di 1 su 5, ha una mappatura delle specie animali presenti e meno di 1 Comune su 3 mette in atto azioni di prevenzione (il 28,2% dei casi) facendo, quest’ultimi, interventi con metodi ecologici nel 22,3% dei casi, approvando misure nei regolamenti edilizi nel 14% dei casi e realizzando infrastrutture per evitare incidenti stradali solo nell’11,7% dei casi.

Spazi aperti per gli animali. Chi possiede cani e abita in città, piccole o grandi che siano, quante opportunità ha di avere spazi aperti dedicati, facilmente raggiungibili, dove poter giocare e rilassarsi nel corso delle quotidiane uscite con il proprio amico a quattro zampe? Il 50,5% dei Comuni capoluogo ha dichiarato di avere spazi aperti dedicati agli animali d’affezione, complessivamente 422 aree dedicate ai cani, che corrispondono in media, ad uno spazio dedicato ogni 15.413 cittadini residenti e una distribuzione spaziale di un’area ogni 16,88 kmq. Anche in questo caso i dati di dettaglio mostrano una realtà assai differenziata. In negativo: Napoli dove risulta un’area dedicata ogni 191.914 cittadini e una distribuzione spaziale ogni 23,4 kmq. In positivo: Siena dove risulta un’area dedicata ogni 3.636 cittadini e una distribuzione spaziale ogni 7,9 kmq.

Scarica il Rapporto

Vai al servizio di Repubblica

10 aprile 2015 

Leave a Reply
 

Your email address will not be published. Required fields are marked (*)

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

site created by electrisheeps.com - web design & web marketing

Back to Top