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Anno 2020: siamo pronti alla ricerca aperta a tutti? L’Ue spinge per il modello “open access”. Ma realizzarlo sarà più difficile del previsto

Fabio Di Todaro. C’è chi la definisce «una mossa in grado di cambiare la scienza». E chi predica prudenza. Intanto l’Ue è uscita allo scoperto. «Entro il 2020 le pubblicazioni scientifiche dovranno essere gratuitamente accessibili a tutti», ha detto Carlos Moedas, commissario per la ricerca, la scienza e l’innovazione. L’appello, che vale come un orientamento politico per i 28 Stati membri, è riassumibile con due parole: «open access».

Rendere tali i 2 milioni di articoli che ogni anno trovano spazio su quasi 20 mila riviste favorirebbe la circolazione della conoscenza, aumenterebbe la competitività e ridurrebbe il «gap» tra i Paesi anglosassoni e le altre aree del Pianeta. La scadenza è fissata tra quattro anni: è solo un’utopia o un obiettivo realistico?

Il Consiglio dell’Ue, nel semestre di presidenza olandese, ha spinto al massimo sull’«open science». Ricerca e innovazione, d’altronde, generano crescita economica e posti di lavoro e forniscono soluzioni alle sfide globali. Secondo il fisico Jos Engelen, presidente del Consiglio nazionale di ricerca olandese, «il passaggio è ineludibile, vista la velocità con cui procede la scienza: il sapere deve circolare liberamente». Opinione che trova d’accordo Giuseppe Testa, direttore del laboratorio di epigenetica delle cellule staminali all’Istituto Europeo di oncologia e docente di biologia molecolare all’Università Statale di Milano: «La ricerca è finanziata principalmente con fondi pubblici e i risultati dovrebbero essere fruibili da tutti. Ben venga, dunque, una svolta in questa direzione».

Resta da capire cosa si intenderà con «open access». Due le opportunità. Una prevede che le riviste scientifiche rendano gratuitamente disponibili i contenuti, non appena pubblicati. L’altra, più facile da realizzare, porterebbe università e laboratori a mettere a disposizione un archivio (online) con pubblicazioni liberamente consultabili, una volta scaduto l’«embargo» imposto dalle riviste stesse: finora quasi mai inferiore a sei mesi. Di fatto quello che già accade nei luoghi che aderiscono alla Lega dei centri di ricerca europei (Leru). Nella lista compare però un solo ateneo italiano: la Statale di Milano.

Qualunque strada si decida di imboccare, un simile passo rappresenterà una rivoluzione. La Big Science ha fatto entrare le pubblicazioni in un mercato sofisticato, con un sistema basato sull’applicazione del diritto d’autore e sul pagamento richiesto al lettore per accedere alle ultime novità. Nemmeno la digitalizzazione, in grado di moltiplicare gli effetti della disseminazione, è riuscita a scardinarlo. Ora, però, il rapporto tra autori, revisori ed editori sembra destinato a mutare. I segnali sono già visibili con il «preprint». Spiega Testa: «Prima di essere sottoposti alle riviste, anche nelle scienze della vita sta irrompendo un nuovo sistema: gli articoli possono essere messi in rete immediatamente, con la possibilità di ricevere i commenti da parte di altri scienziati e di utilizzarli, eventualmente, come spunto per apportare modifiche». È un’evoluzione del consolidato meccanismo della «peer review».

Per il momento gli editori delle maggiori riviste non si sono piegati all’«open access». Di fatto, dunque, le più rilevanti scoperte sono rimaste nell’ambito di una nicchia di fruitori: studenti e professori, oltre che ricercatori. Al contempo, però, sono nati nuovi spazi ad accesso aperto. Le riviste «Nature Communications», «Cell Reports», «Biomed Central» ed «e Life», oltre a quelle del gruppo «Plos», rendono consultabili i loro contenuti. Ai ricercatori, comunque, pubblicare su quasi tutte queste testate costa, in media, 3 mila euro: le riviste si alimentano con i fondi degli scienziati, non potendo chiedere nulla ai lettori. «L’accesso libero, di conseguenza, va finanziato – chiosa Testa -. In alcuni casi costa di più pubblicare su una rivista ad accesso libero di quanto non si spenda per far apparire il proprio articolo su una rivista tradizionale, con un “impact factor” magari più alto».

La questione è tutt’altro che semplice. Di certo con l’«open access» l’egemonia anglosassone tornerebbe in discussione. Una maggiore circolazione della conoscenza potrebbe favorire l’ascesa professionale anche di chi lavora con fondi sempre più esigui. Come accade per i ricercatori italiani, giusto per ricordare la nostra non facile situazione.

La Stampa – 15 giugno 2016 

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