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Antrace tra i ghiacci della Siberia: i batteri sepolti liberati dal disgelo. Epidemia ha ucciso un 12enne e mandato in ospedale 72 persone. A causare il contagio i resti di una renna morta 75 anni fa

Elena Dusi. L’estate siberiana ha raggiunto i 33 gradi, trasformando il permafrost in una gigantesca pozza di fango: l’ambiente ideale per il “risveglio” del batterio dell’antrace dal suo sonno di ghiaccio. L’epidemia è partita dai resti di una renna colpita dalla malattia 75 anni fa e conservata fino a ieri nel permafrost che oggi si è liquefatto. Ha ucciso un ragazzo di 12 anni, mandando in ospedale altre 72 persone, fra cui 41 bambini, in maggior parte nomadi.

Una mandria di 2.500 renne è stata sterminata. Gli altri animali sono stati subito vaccinati e isolati. Alcune decine di persone nei dintorni di Salechard, 2mila chilometri a Nord-Est di Mosca, sono state poste in quarantena.

La cittadina siberiana è piazzata esattamente sul Circolo polare artico e riassume tutti i problemi di una regione che si è riscaldata di 1,2 gradi negli ultimi 60 anni, quasi il doppio del resto del pianeta, facendo restringere l’area del permafrost del 7%.

Fino a ieri il riscaldamento della Siberia era considerato un problema ambientale. Da oggi è anche un’emergenza sanitaria. Dopo aver tamponato l’epidemia di antrace (il riemergere della malattia, debellata nel 1941, era stato previsto quattro anni fa da un gruppo di microbiologi dell’Accademia delle scienze di Mosca), gli esperti hanno lanciato un nuovo allarme. «Proprio lì, intorno al 1890 si è verificata un’epidemia di vaiolo che ha ucciso il 40% degli abitanti», ha detto in una video-conferenza stampa Boris Kershengolts, microbiologo dell’Accademia delle scienze russa. Il vaiolo è stato debellato dal pianeta nel ’77 dopo una battaglia all’ultimo vaccino. Il ritorno del virus dai ghiacci è un’ipotesi che spaventa, ma che è stata ventilata negli ultimi anni da più di un esperto.

I microbiologi russi, tornando oggi a studiare i resti dell’epidemia di oltre un secolo fa, non hanno trovato virus interi, ma solo frammenti di Dna. A differenza dell’antrace, il vaiolo non dovrebbe essere in grado di “rinascere” dopo un lungo periodo di ibernazione. Ma è anche vero che due anni fa, in laboratorio, un gruppo dell’università di Marsiglia riuscì a rendere vitale un virus che era rimasto sepolto nel ghiaccio 30mila anni. E due anni prima a risbocciare, in un laboratorio dell’Accademia delle scienze russa, era stato un piccolo fiore siberiano dai petali bianchi.

«Il permafrost è una sorta di frigorifero della Terra, che conserva per decine di migliaia di anni più o meno tutto quello che ci finisce dentro, anche resti di mammut», spiega Valter Maggi, glaciologo dell’università Bicocca a Milano. «D’estate, con il caldo, molti microrganismi al suo interno riprendono il loro lavoro di decomposizione». «Batteri che hanno impiegato decine o migliaia di anni per accumularsi nel permafrost vengono oggi rilasciati nel giro di una decina di anni, a causa dell’accelerazione del riscaldamento», aggiunge Carlo Barbante, direttore dell’Istituto di dinamica dei processi ambientali del Cnr e chimico analitico dell’università di Venezia. «Nelle nostre ricerche in Antartide abbiamo trovato batteri capaci di vivere e riprodursi anche a due gradi sotto zero e sotto mille metri di ghiaccio».

Repubblica – 31 agosto 2016 

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