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Assunzione a tempo, il dirigente “chiama” la figlia. E’ reato

Assunzione temporanea come vigile urbano per il periodo estivo. Anche a questo debbono ricorrere i Comuni per contenere le spese e scavalcare il ‘blocco’ delle assunzioni…

Ma se la determina è firmata dal padre – dirigente comunale – per assumere la figlia, con chiamata diretta e ignorando la apposita graduatoria, allora il reato di abuso d’ufficio è lapalissiano. E neanche l’approvazione degli organi politici – come da Cassazione, sentenza 6705/12 – può modificare la situazione.

Il caso

Piccolo paese, dove, secondo un’usanza tipicamente nostrana, il notabilato è rappresentato anche dai dirigenti del Comune. E avere un padre dirigente può essere un vantaggio… Come testimonia la vicenda relativa all’assunzione – temporanea, sia chiaro – di un vigile urbano per il periodo estivo. Nonostante una graduatoria ad hoc, il dirigente firma la determina relativa all’assunzione, per chiamata diretta, di una giovane. Casualmente quella giovane è la figlia del dirigente. E, sempre casualmente, quella chiamata diretta permette di ignorare le legittime attese di un’altra concorrente, meglio piazzata in graduatoria.
Abuso. A finire sotto accusa, ovviamente, è il dirigente. Nelle aule di giustizia il suo destino è netto: riconosciuto il reato di abuso d’ufficio, con condanna conseguente a quattro mesi di reclusione. Su questo fronte Tribunale e Corte d’Appello concordano, sottolineando l’azione compiuta dal dirigente, che avrebbe dovuto «astenersi dall’adottare la determinazione» contestata a finalizzata a inserire, seppur a tempo determinato, la propria figlia nella polizia municipale del paese.
Nonostante la doppia pronuncia negativa, il dirigente del Comune prosegue nella propria battaglia giudiziaria, presentando ricorso in Cassazione e rivendicando la legittimità dell’operato. Più precisamente, egli sottolinea che la condotta tenuta era «diretta ad assicurare un interesse pubblico concorrente e non secondario, costituito dall’esigenza per il Comune di assumere personale qualificato per il periodo estivo». A tutto ciò, peraltro, vengono aggiunti ulteriori elementi, ossia i requisiti della figlia del dirigente e l’approvazione degli organi politici, che, secondo il ricorrente, doveva condurre all’esclusione del reato, e, infine, la mancata prova del «danno ingiusto subito dalla candidata esclusa».
Per i giudici della Cassazione, però, la vicenda è di semplice lettura, soprattutto partendo, in premessa, dalla definizione del reato di abuso d’ufficio, meglio dalla previsione di un «dovere di astensione per i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che si trovino in una situazione di conflitto d’interessi». Evidente, ancora, quanto tale definizione si attagli all’azione messa in pratica dal dirigente, che ha violato il «dovere di astensione» e ha ricercato «l’ingiusto vantaggio patrimoniale».
Secondo il ricorrente, però, come detto, è stato comunque soddisfatto un interesse pubblico… che, sottolineano i giudici, mostrando di condividere le valutazioni compiute in Appello, è stato «strumentalizzato per favorire un prossimo congiunto». E, in questa ottica, neanche il richiamo all’approvazione ricevuta dagli organi politici comunali può alleggerire la posizione del dirigente, perché restano immutati «la violazione del dovere di astensione» e «il vantaggio patrimoniale derivante alla figlia» per «l’assunzione indebita». Conseguenza logica è la conferma della condanna emessa in Appello, e, ovviamente, il rigetto del ricorso presentato dal dirigente.

La Stampa – 7aprile 2012

 

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