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Autonomia, un altro vertice a vuoto: accordo sui soldi sempre più lontano. Conte invita Tria a riscrivere la norma. Zaia: «Governo inadempiente»

Nuova riunione, ennesimo nulla di fatto. Inutile illudersi: l’autonomia, come la Tav, la riforma della giustizia e il decreto sicurezza bis, è ormai ostaggio della lite perenne tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle. Un po’ come il povero Billy, figlio di Dustin Hoffman e Meryl Streep in «Kramer contro Kramer». Il merito della questione, a questo punto, è stato completamente accantonato e a riprova è sufficiente notare che tanto la riunione con il ministro della Cultura Alberto Bonisoli quanto quella successiva con il ministro dell’Economia Giovanni Tria, ieri sera, a Palazzo Chigi, si sono risolte in una ventina di minuti, mezz’ora a voler essere generosi. Di che si può parlare in mezz’ora? Di nulla e infatti così è andata.

Quanto alla Cultura, Bonisoli si è limitato a ribadire al premier Giuseppe Conte e al ministro per gli Affari Regionali Erika Stefani la disponibilità a cedere alla Regione la competenza sulle Sovrintendenze per il Paesaggio e l’assoluta indisponibilità a cedere quella sulle Sovrintendenze per le Belle arti e i Beni archeologici. Questo anche per evitare un conflitto con Cgil, Cisl e Uil che alla vigilia avevano chiesto di «preservare l’unitarietà del dicastero» ed evitare che la riforma «metta in seria discussione il principio di unicità della gestione statale della tutela dei beni culturali, producendo uno strappo gravissimo, un precedente difficilmente giustificabile che aprirebbe un fase di deregolamentazione in un settore fondamentale per la crescita civile, sociale ed economica del nostro Paese».

Quanto all’Economia, nonostante la presenza, oltre che di Tria, dei viceministri Laura Castelli e Massimo Garavaglia e del ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro, non si registrano passi in avanti, anzi. Il Movimento Cinque Stelle continua a pretendere garanzie per il Sud e un fondo di perequazione; la Lega insiste nel dire no a compromessi al ribasso e meccanismi di ridistribuzione che finiscano per penalizzare i virtuosi e premiare chi spreca, mortificando l’efficienza. È quel che stanno ripetendo da mesi, ma evidentemente il vertice è stato utile per ribadirlo una volta di più. Conte non ha potuto far altro che prendere atto e chiedere ai tecnici del ministero di formulare una nuova norma finanziaria che soddisfi tutti quanti (auguri). Quando ci si rivede? Non si sa. Tria sembra avere più chiare le idee sul «Piano Marshall per il Sud» invocato anche ieri dal governatore della Calabria Mario Oliveiro: «Stiamo lavorando a una banca specifica per il Mezzogiorno» ha annunciato il ministro lunedì sera.

Quanto potrà durare questa «manfrina», come la chiama il governatore Luca Zaia? Tecnicamente all’infinito, ma nella capitale i più sono ormai convinti che la riforma sia al capolinea, come il governo. Il conflitto tra Salvini e Di Maio, diventato personale, è insanabile e in entrambi i partiti è matura la convinzione di rompere prima dell’annunciata manovra lacrime e sangue. Con quale pretesto? Per il M5s l’autonomia sarebbe perfetta, perché permetterebbe di accusare la Lega di aver gettato alle ortiche il «governo del cambiamento» per difendere gli interessi del Nord, in barba alla sbandierata svolta nazionale. Così si spiegherebbe l’inasprirsi dei toni da parte di Di Maio, da «stiamo riscrivendo l’intesa, meglio» all’osservatorio di controllo con le università del Sud, proposte al limite della provocazione per il Carroccio. La Lega, invece, attende gli alleati al varco sulle infrastrutture (è il refrain dell’Italia che dice sì) e sul decreto Sicurezza bis caro a Salvini, che approderà presto al Senato, dove i numeri sono risicatissimi, probabilmente con la fiducia.

In uno scenario simile, il dibattito tra i costituzionalisti sull’articolo 116 appare perfino lunare. Zaia accusa il governo di «essere inadempiente», minaccia la crisi («Se pensano di arrivare a fine anno senza autonomia, questa esperienza di governo è finita») e conferma i sospetti sulla strategia di Di Maio: «Una proposta come la sua, a 650 giorni dal referendum, è una novità riprovevole, solo per buttare tutto all’aria». Il presidente della Lombardia Attilio Fontana rincara: «Ho letto alcuni stralci della bozza del governo, mi hanno fatto rabbrividire. Di Maio? La sua è l’ennesima presa in giro».

corveneto

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