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Aviaria: nuove positività Veronese e Mantovano. Sona: l’Ulss22: «Focolaio arginato»

In queste ore arriva la notizia di altri tre nuovi focolai, due nel Mantovano e uno nella bassa Veronese. Mentre sono stati abbattuti lunedì i 16mila capi nei due allevamenti interessati a Sona e nella frazione di Lugagnano nell’Ovest Veronese.

Aggiornamento epidemiologico al 3 ottobre 2012 del Centro di referenza IzsVe

Mappe al 3 ottobre

«Nessun allarme, nessun pericolo per le carni, né tantomeno alcun rischio di contagio per l’uomo». Rassicura al 100 per cento la popolazione Alessandro Salvelli, direttore dei Servizi veterinari dell’Ulss 22, dopo che, venerdì scorso, in un allevamento di Sona, è stato registrato, durante uno dei controlli periodici stabiliti dal protocollo regionale, un focolaio di contagio da virus di ceppo H5, la cosiddetta «influenza aviaria». «Si tratta di un unico esemplare di faraona che è risultato colpito dal virus, che ha bassa patogenicità, tanto da risultare pressoché asintomatico», conferma Salvelli. Né sintomi, quindi, né animali morti a colpa del virus, anche se, a scopo precauzionale, è già stato eseguito l’abbattimento di tutti i capi dell’allevamento di svezzatori in questione (8.500 tra faraone, capponi, polli e anatre) e di altrettanti nell’allevamento dello stesso proprietario a Lugagnano di Sona. Tutto sotto controllo, quindi, grazie anche all’intervento tempestivo del personale veterinario dell’Ulss 22 e dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, e nessun pericolo che possa replicarsi quanto accaduto tra il 1999 e il 2002, quando un virus H5, quella volta ad alta patogenicità, provocarono danni per quasi 600 milioni di euro. Allora, la zona più colpita fu il basso Veronese, che stando alla Regione resta sempre l’area più a rischio nel Veneto, a sua volta definito come area a pericolo di contagio. «Il motivo è che qui si registra il maggior carico di produttività», spiega ancora Salvelli, «con il maggior numero di allevamenti e di macelli di tutta la regione. In Veneto, poi, ospitiamo addirittura il 50 per cento degli allevamenti di tacchini di tutta l’Italia». In queste condizioni, è quindi «fisiologico» che, periodicamente, il virus si rifaccia vivo. «Finché le condizioni restano queste, con l’H5 che serpeggia negli allevamenti rurali, rimanendo lontano da quelli intensivi, non ci possiamo affatto lamentare», prosegue l’esperto. E infatti l’aviaria si è ripresentata, solo negli ultimi mesi, con aolcuni casi di contagio tra basilicata, Emilia, Campania, Calabria e Lazio. «L’ultimo caso risale solo a pochi giorni fa, in un allevamento del Bresciano. Era il 1997, invece, quando il virus contagiò anche l’uomo, con alcuni casi mortali in Asia. «Mi sento assolutamente di escludere il pericolo che il virus possa mutare in uno ad alta patogenicità», conclude il direttore dei servizi veterinari dell’Ulss 22. «In ogni caso, il protocollo regionale prevede periodici controlli, che permetterebbero di invervenire in maniera immediata e tempestiva».

L’Arena – 4 ottobre 2012

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