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Batterio killer, sul New England Journal l’identikit del “responsabile”

Il ceppo che ha provocato l’epidemia è diverso da quello più noto. Un report mostra come il batterio presenti un’aggressività e un profilo epidemiologico anomali. Ancora ignota la causa.

Il contagio con l’aggressivo ceppo di Escherichia coli che ha mietuto 39 vittime nell’ultimo mese sembra essersi arrestato. Quel che non si è fermata è la ricerca sulle cause dell’infezione.

Un report pubblicato sul New England Medical Journal ha fatto il punto sulla situazione, tracciandone un profilo preliminare che mostra le peculiarità dell’epidemia tedesca rispetto a quelle avvenute in precedenza.

Si è partiti dalla segnalazione, il 19 maggio scorso, di tre casi pediatrici di sindrome emolitico-uremica (SEU) ad Amburgo. Il numero di casi è cresciuto rapidamente riguardando anche adulti in diverse aree del nord della Germania. Numerosi i casi segnalati anche in altri paesi, tra cui gli Stati Uniti, tra persone che erano state nelle stesse zone tedesche.

Lo studio si limita ai 3.222 casi notificati al 18 giugno in Germania, dei quali 810 (il 25%) con sviluppo di sindrome emolitico-uremica. Trentanove i decessi, mentre la maggior parte di chi ha sviluppato la sindrome è di età adulta (in media 43 anni) e di sesso femminile (68%). Nelle zone a nord della Germania l’epidemia è scoppiata quasi simultaneamente e l’incidenza massima si è localizzata nell’area di Amburgo. Le analisi condotte hanno individuato la causa nell’infezione in un Escherichia coli produttore di Shiga-tossina appartenente a un ceppo inusuale: lo 0104:H4.

Queste le caratteristiche salienti della nuova epidemia, che sono molto diverse da quelle verificatisi in precedenza, come quella del Giappone nel 1996. In questo caso tutti i 121 casi di SEU segnalati si erano verificati nella popolazione pediatrica.

C’è poi il sierotipo di batterio all’origine del contagio: in tal caso non si è trattato, come in precedenza, dello 0157:H7 ma dello 0104:H4, un patogeno che è risultato particolarmente virulento sul piano clinico (e con un’incubazione di 8 giorni contro i 3-4 dell’altro).

Quanto alle cause dell’infezione, i maggiori sospetti restano a carico di alimenti quali vegetali crudi, ma si sta tuttora indagando e non si è ancora escluso che si siano verificati contagi per via interumana.

Anche se rimane ancora molta incertezza, “episodi come questo possono servire tra l’altro per ricordare alle persone normali precauzioni come quella di lavare bene frutta e verdura specie se non si sbucciano”, ha commentato Edgardo Valerio, dirigente settore Igiene degli alimenti e Nutrizione-ASL di Milano. Tuttavia, anche aggiungendo ulteriori misure (lavare bene le mani, gli utensili e i taglieri, cuocere bene la carne, preferire latte pastorizzato), “va detto comunque che non esiste in assoluto il rischio zero da contaminazioni da alimenti”, ha aggiunto.

Di certo non mancano i controllo. Soprattutto dopo la crisi della BSE (“mucca pazza”) molto è stato fatto, soprattutto in Europa e, forse, ancor più in Italia, dove vigilano organismi come l’Istituto superiore di sanitò – dove c’è il laboratorio di riferimento non solo nazionale ma anche europeo per l’Escherichia coli – e l’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia ed Emilia Romagna che ha creato un network unico a livello europeo che copre tutta l’Italia. “Questo per garantire la sicurezza alimentare su tutto il territorio nell’attuale definizione europea che è quella di sicurezza in tutti i processi della filiera produttiva dell’alimento”, ha afferma il direttore dell’Istituto zooprofilattico, Stefano Cinotti.

Certo, l’impegno delle istituzioni e degli istituti di controllo non può arrivare dappertutto: il 70 per cento delle tossinfezioni alimentari ha infatti origine casalinga, per errori di conservazione o preparazione.

Quotidianosanita.it – 23 giugno 2011

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