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Un anno di Governo Monti. Riforma lavoro: grande incompiuta. Sanità: operatori sempre più demotivati

1a1a1a_0a01aaresp_professA un anno dal suo insediamento, che cosa ha fatto il Governo Monti? Cosa ha lasciato in sospeso? Quanto resta da fare? I redattori de lavoce.info rispondono a queste domande su ogni tema dell’azione di governo. La riforma del mercato del lavoro è la grande incompiuta del governo Monti. Sulla carta è una legge molto ambiziosa, ma diverse misure sono destinate a dimostrarsi inefficaci e ad aumentare il grado di incertezza. Quanto alla sanità è uno dei settori oggetto di pesanti tagli di spesa. Con il rischio che il doveroso contenimento delle inefficienze vada oltre, sacrificando i principi di fondo del nostro sistema: universalità della tutela e solidarietà nel finanziamento. Mancano progetti sulla sanità e oggi la prima priorità riguarda la crescente diffusa demotivazione degli operatori

Guardiamo più nel dettaglio i due aspetti che ci interessano maggiormente: lavoro e sanità

POLITICHE DEL LAVORO

La riforma del mercato del lavoro è la grande incompiuta del governo Monti. Sulla carta è una legge molto ambiziosa, ma diverse misure sono destinate a dimostrarsi inefficaci e ad aumentare il grado di incertezza. Il tavolo sulla produttività è un’occasione persa per un nuovo patto sociale.

La riforma del mercato del lavoro è la grande incompiuta del governo Monti. Sulla carta la legge 92 (la cosiddetta riforma Fornero) è molto ambiziosa: affronta tutti i principali problemi, dall’entrata nel mercato del lavoro alla cosiddetta “flessibilità in uscita”, dal riordino degli ammortizzatori sociali al dualismo fra lavoratori precari e lavoratori assunti con i contratti a tempo indeterminato. Purtroppo, questa ampiezza avviene a scapito della profondità e scontenta tutte le parti in causa.

COSA È STATO FATTO: UNA RIFORMA INCOMPIUTA

Molte misure sono destinate a essere inefficaci e aumentare il grado di incertezza sul mercato del lavoro. Anziché ridurre il ruolo dei giudici nel contenzioso, tendono a potenziarlo, come segnalato dalla prima giurisprudenza sulla nuova legge. Aumenta così l’incertezza sui costi dei licenziamenti. Come giustamente dice il ministro, saranno comunque i dati a dirci a breve quanto la riforma abbia cambiato lo status quo. Per il momento, l’unica cosa certa è che il contratto di apprendistato, il veicolo principale per l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro nelle intenzioni del legislatore, non decolla, tant’è che si pensa di cambiargli nome (!). La cosa più grave è che continua a non esserci canale di ingresso verso la stabilità.

Ed è significativo il fatto che il Governo Monti nel giorno stesso in cui ha chiesto la fiducia sulla riforma, si sia impegnato a cambiarla. In effetti, la circolare emessa dal ministro Fornero sui contratti a termine una settimana fa è tutt’altro che una semplice interpretazione della riforma. È già una riforma della riforma perché si demanda alla contrattazione la determinazione delle modalità del passaggio da un contratto a tempo determinato all’altro.

COSA SI POTEVA FARE

Anche il tavolo sulla produttività non sembra avere portato sin qui a risultati di rilievo. Poteva essere l’occasione per un nuovo patto sociale, a vent’anni dallo storico accordo raggiunto da Carlo Azeglio Ciampi in un altro momento di grande difficoltà per il nostro paese. Poteva contemplare una significativa riduzione del cuneo fiscale in cambio di moderazione salariale, che assegnasse più spazio alla cosiddetta contrattazione di secondo livello, e di un blocco dei licenziamenti. Ma si è scelta un’altra strada. E il patto adesso appare molto lontano e, se anche un accordo fosse raggiunto in extremis, rischia di essere di basso profilo.

Infine, la riforma delle pensioni ha ignorato il mercato del lavoro nel mezzo di una crisi profonda. Anziché permettere pensionamenti a diverse età con riduzioni attuariali della pensione per chi si ritira prima dalla vita attiva, si è proceduto innalzando bruscamente l’età minima di pensionamento. Abbiamo così avuto il problema degli esodati ed esodandi, che rischia di non essere risolto nemmeno con l’ultimo emendamento alla legge di Stabilità. Il rischio è che il numero di esodandi sia una variabile fuori controllo, che dipenda dalle aspettative sull’azione di Governo. Se imprese e lavoratori si aspettano di essere salvaguardati da provvedimenti ad hoc, il numero di lavoratori esodandi probabilmente aumenterà invece che diminuire. Non si sono neanche aboliti i ricongiungimenti onerosi, che penalizzano chi cambia lavoro più spesso. È una misura iniqua che colpisce le donne e i giovani.

LA TUTELA DELLA SALUTE

La sanità è uno dei settori oggetto di pesanti tagli di spesa. Con il rischio che il doveroso contenimento delle inefficienze vada oltre, sacrificando i principi di fondo del nostro sistema: universalità della tutela e solidarietà nel finanziamento.

Il governo Monti è intervenuto su quattro fondamentali ambiti: finanziamento per il Servizio sanitario nazionale, rete ospedaliera, assistenza farmaceutica e cure primarie.

CHE COSA È STATO FATTO

Sul finanziamento al Servizio sanitario nazionale, ha previsto riduzioni (legge 135/12 e Ddl di stabilità in corso di discussione) che si sono aggiunte a quelle già disposte dal precedente governo (Dl 98/2011), “caricando” il quadro programmatico di obiettivi di contenimento piuttosto rilevanti, soprattutto per le Regioni già impegnate nei Piani di rientro. Rispetto a quanto già previsto nel settembre 2011 (Na Def 2011), il finanziamento è stato ridotto complessivamente di circa 3,8 miliardi nel 2012, di 7,3 miliardi nel 2013 e di quasi 9 miliardi nel 2014.

Sull’assistenza ospedaliera, la manovra estiva (Dl 95/2012) è intervenuta prevedendo una importante riduzione dei posti letto (3,7 per mille abitanti circa 7.400 posti letto in meno rispetto all’1/1/2012) e del tasso di ospedalizzazione (160 ricoveri per mille abitanti a fronte di una media nel 2010 di 175 per 1.000 ab), con riorganizzazioni della rete di non immediata realizzazione.

Per ciò che riguarda l’assistenza farmaceutica, il governo (spending review e decreto Balduzzi) è intervenuto sulla spesa complessiva (riducendo il tetto per la convenzionata e aumentando quello per l’ospedaliera), sulle modalità prescrittive dei medici di base (imponendo l’obbligo di indicare il nome del principio attivo anziché il nome commerciale del farmaco), disponendo la revisione dell’ormai datato Prontuario farmaceutico nazionale (attraverso l’esclusione dei soli farmaci terapeuticamente superati e non, come inizialmente ipotizzato, di quelli con insufficienti evidenze di efficacia) e aumentando lo sconto a carico dei farmacisti e dell’industria.

Quanto all’assistenza territoriale, il governo ha previsto la nascita di strutture per le cure primarie aperte al pubblico per tutto l’arco della giornata, la cui concreta attuazione è peraltro subordinata al rinnovo delle convenzioni nazionali con i medici di base (decreto Balduzzi).

CHE COSA RESTA IN SOSPESO

Nonostante i numerosi approfondimenti, il governo non ha ancora affrontato il problema dei ticket, sul quale pesano gli effetti perversi del superticket di 10 euro (reintrodotto nel 2011 dal precedente Governo) e l’aumento di ulteriori 2 miliardi di ticket a partire dal 2014 (disposto dalla manovra estiva del 2011). Gli oneri a carico del cittadino al momento del consumo sono così destinati a raddoppiare nel giro di un paio di anni, perdendo il tradizionale ruolo residuale nel finanziamento della sanità e puntando a incidere sul comportamento degli assistiti.

Restano inoltre in sospeso molti provvedimenti delicati, quali il nuovo Patto per la salute (da sottoscrivere con le Regioni) e la revisione dei livelli essenziali di assistenza (prevista entro la fine del 2012).

CHE COSA RESTA DA FARE

La prima priorità riguarda la crescente diffusa demotivazione degli operatori, sui quali ricadono condizioni di lavoro sempre più difficili e sui quali grava la “responsabilità” di negare o erogare l’assistenza alle persone che accedono ai servizi. Un sistema ad alta intensità di lavoro non può prescindere da una politica del personale che vada oltre il mero ridimensionamento delle dotazioni organiche (peraltro in alcuni casi opportuno). Promuovere un coinvolgimento responsabile degli operatori è indispensabile per generare contemporaneamente più efficienza e più qualità, soprattutto in una fase di grandi ristrettezze economiche.

La seconda priorità riguarda il rischio che la revisione del sistema di welfare vada oltre il pur doveroso contenimento delle inefficienze e il necessario contributo al risanamento della finanza pubblica. Il rischio è che siano sacrificati i principi di fondo che il nostro sistema ha da tempo adottato: universalità della tutela e solidarietà nel finanziamento.

Su entrambe le priorità, il livello centrale potrebbe svolgere un ruolo rilevante nel promuovere – fra gli operatori e i cittadini – responsabilità nell’uso delle risorse, spirito di appartenenza, etica della lotta agli sprechi, capacità di affrontare le sfide cui è chiamato un sistema sanitario complessivamente poco costoso, ma da molti anni sottoposto a continue e difficili ristrutturazioni.

Lavoce.info – 16 novembre 2012

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