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Bocciata su famiglie, asili e pensioni. L’Italia agli ultimi posti dei Paesi Ocse. Siamo al n. 32 nella graduatoria della capacità di governare e fornire servizi pubblici

Luigi Grassia. L’Italia ha un sistema pensionistico che non garantisce un futuro ai giovani, ci sono pochi aiuti alle famiglie, un indice di povertà fra i più alti, e investimenti insufficienti in istruzione e in ricerca. Questi non sono problemi isolati uno dall’altro: secondo il nuovo rapporto della Fondazione Bertelsmann (pubblicato in Italia in esclusiva da La Stampa) la scarsa capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini è dovuta a un sistema politico la cui efficienza si piazza appena al 32° posto fra i 41 Paesi dell’Ocse (cioè occidentali o assimilabili). Ci sono aspetti positivi, che il rapporto individua nel Jobs Act e nelle misure fiscali del governo Renzi a favore delle aziende, ma il percorso delle riforme necessarie è appena all’inizio.

Tre graduatorie

Il nostro Paese si piazza un po’ meglio nella classifica della democrazia (23° posto) e in quella relativa alla qualità della «governance» (cioè l’efficacia e la trasparenza dell’azione di governo, un 25° posto). Tenendo conto di tutte le variabili, come si vede nella parte del grafico in basso a sinistra, l’Italia si merita un voto di sintesi 5,35 (su 10) per l’efficienza del sistema politico, mentre lucra un 7,23 per la democrazia e un 6,16 per la qualità della «governance». Forse la gran parte di noi si aspettava un voto più basso per quest’ultima voce.

Da notare però che in questo quadro non lusinghiero l’Italia sta un po’ risalendo la china in tutte e tre le classifiche Sgi appena citate: l’azione del governo Renzi viene più volte valutata in positivo dal rapporto Bertelsmann, per quanto senza trionfalismo.

La figuraccia del G7

Un altro aspetto curioso del rapporto rivela che (entro certi limiti) mal comune, mezzo gaudio: se noi italiani ci piazziamo male fra i 41 Stati dell’Ocse, anche gli altri del club ristretto del G7, cioè i grandi Paesi che si incontrano periodicamente per stabilire le linee strategiche del mondo sviluppato, e che (si suppone) devono dare l’esempio a tutti gli altri, in realtà si piazzano male nell’Sgi delle prestazioni politiche: soltanto due dei Grandi, cioè la Germania e il Regno Unito, si collocano fra i primi dieci (al sesto e al nono posto rispettivamente) mentre gli Stati Uniti, che come indole danno lezioni a tutti, sono appena al 26° posto; per fare un’analogia con la classifica della serie A di calcio, gli Usa sarebbero nella parte destra, cioè fra chi non lotta neanche per la Uefa League. Invece ai primi cinque posti si piazzano i Paesi scandinavi e la Svizzera e all’ultimissimo la sempre più derelitta Grecia.

Quello che funziona

Per focalizzarci sull’Italia, e cominciando dalle note positive, il rapporto Bertelsmann parla bene della riforma del mercato del lavoro, perché ha promosso (è il giudizio della Fondazione) «contratti di lavoro più flessibili, ma allo stesso tempo a lungo termine e meno precari». Un’altra lode (cauta) arriva per le riforme del sistema fiscale volute da Renzi, definite «elementi di stimolo per un’economia in crescita nel 2015, dopo tre anni di recessione». Sempre secondo lo studio, «soprattutto le agevolazioni fiscali concesse alle imprese e ai redditi bassi hanno stimolato l’economia». Su questo aspetto, come sulla politica del lavoro, in Italia le opinioni sono discordi, ma la Fondazione Bertelsmann, stilando una sotto-classifica sulle riforme del fisco, dice che «l’Italia è il Paese che si è mosso di più e meglio fra i 41 dell’Ocse negli ultimi anni», essendo salita dal 33° posto del 2014 all’attuale 19°.

Molto resta da fare

Da qui a dire che va tutto bene ce ne corre. L’indice di povertà in Italia è altissimo: un 12,7% da confrontare (per esempio) con il 5,7% di uno Stato tutt’altro che ricco come la Repubblica ceca. Il rapporto identifica come «particolarmente problematici i settori della politica familiare e delle pensioni». Nelle politiche a sostegno della famiglia l’Italia è al 36° posto, e la carenza è acutissima negli asili nido, cosa che «contribuisce a spiegare la bassa natalità e la bassa presenza delle donne nel mercato del lavoro». Sulle pensioni il rapporto Bertelsmann prende una posizione controversa, lodando la crescita a 67 anni dell’età di uscita dal lavoro e lancia l’allarme per le «nere prospettive previdenziali dei giovani». Soluzioni? Bisognerebbe migliorare queste prospettive «investendo di più nell’istruzione e nella ricerca». Quest’ultima raggranella solo l’1,31% del prodotto lordo contro la media Ue del 2%. Ma la Bertelsmann non si aspetta grandi cambiamenti, con il debito pubblico al 132,6% del Pil.

Lo stile di comunicazione

Il rapporto avanza riserve sulla maniera in cui il governo italiano gestisce la comunicazione. Di frequente Matteo Renzi comunica di persona con i mass media o attraverso Twitter, anticipando provvedimenti sulle più varie questioni, «fino a oscurare le comunicazioni delle altre personalità di governo». Ma capita che lo faccia senza tener conto dello stato di avanzamento dei vari dossier. Questo «talvolta dà l’impressione che certe politiche governative non siano sufficientemente meditate». È la sindrome che qualcuno in Italia ha definito «annuncite».

La Stampa – 18 agosto 2016 

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