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Boeri: «Ultima riforma per pensioni più eque. La nostra proposta tocca gli assegni dei 250mila pensionati più ricchi». Sull’invio delle «buste arancioni» in attesa dell’autorizzazione del Governo

Tito Boeri 57anni, milanese, Phd in economia alla New York University. Professore alla Bocconi e all’Lse, dal marzo 2014 è presidente dell’Inps, nominato da Renzi che per decidere gli ha dato un’ora di tempo.

Adesso che ha accettato, lo rifarebbe?

Sì, perché per cambiare questo Paese bisogna cambiare la macchina dello Stato.

Presidente Boeri, a quanto ammonta il rosso dell’Inps?

Il disavanzo nel 2015 dovrebbe essere di circa 9 miliardi, ma non c’è da preoccuparsi perché le prestazioni erogate dall’Inps sono tutelate dalle leggi dello Stato.

Spulciando i bilanci, però, si vede che i contributi versati sono 211 miliardi, quelli erogati 431, cioè il doppio. In che senso non dobbiamo preoccuparci?

Non tutte le prestazioni dell’Inps sono delle prestazioni di tipo contributivo, molte sono di tipo assistenziale, a fronte delle quali non vengono versati dei contributi.

Si può accettare che intere aree del Paese non paghino i contributi?

Certo che no. Abbiamo stretto accordi con l’Agenzia delle entrate, abbiamo potenziato la nostra attività di intelligence usando le banche dati. Adesso bisogna vedere cosa succederà con la creazione dell’ispettorato nazionale del lavoro.

Professor Boeri, lei sta provando a fare quello che ha sempre scritto su lavoce.info. Renzi, che adesso la critica, è possibile che non sapesse cosa pensava?

L’accordo era che io avrei fatto le cose in cui credevo, comprese queste proposte che abbiamo presentato al governo nel mese di giugno.

Le avete pubblicate sul vostro sito…

Solo dopo la presentazione della legge di stabilità e a fronte di un accordo col governo che ci ha detto di pubblicarle.

Un accordo, però, insomma, il risultato è un po’…

Il governo può fare quello che vuole delle nostre proposte; noi possiamo solo proporre.

Qual è il punto di partenza del suo progetto?

Il punto di partenza è che noi vogliamo rendere il sistema non soltanto finanziariamente ma anche socialmente sostenibile. Se il patto tra generazioni non viene percepito come equo questo patto rischia di non reggere. Inoltre, la proposta taglierebbe il debito pensionistico, alleggerendo il fardello che grava sui giovani.

Senta ma con Poletti i rapporti sono facili o difficili?

I rapporti personali sono ottimi e lavoriamo a stretto contatto.

Lei dice che la vera motivazione delle critiche di molti parlamentari è la proposta dei tagli ai vitalizi dei politici.

Diciamo che la pesantezza degli attacchi personali è strettamente proporzionale all’entità dei tagli che noi produciamo sui loro vitalizi. L’intervento sui vitalizi è certamente un aspetto di equità importante; devono essere trattati come le pensioni di tutti gli altri lavoratori.

Il professor Ichino, dice che il suo progetto genera meno risparmi della fiducia che distrugge, cosa risponde?

Rispondo che noi vogliamo fare l’ultima riforma delle pensioni, proprio per questo la nostra proposta di riforma crea fiducia, mettendo fine ai continui interventi in materia pensionistica.

Ma il reddito minimo che ha in mente lei, è come quello del Movimento 5 Stelle?

No, è diverso. Il nostro è destinato a persone al di sopra dei 55 anni con un reddito al di sotto di un certo livello. Persone che sono davvero in stato di bisogno.

E’ vero che la sua proposta avrebbe tagliato anche pensioni da 2000 euro al mese? Chi avrebbe colpito?

Non è affatto vero. Sotto i 3.500 euro lordi la proposta non prevede nessun intervento. Inoltre una persona soggetta interamente al sistema contributivo non deve temere nulla. Più alta è la quota del contributivo minore è l’entità degli interventi. Tra i 3.500 e i 5.000 euro non prevediamo tagli, il peggio che può accadere è che la pensione non venga indicizzata all’inflazione. Complessivamente, la parte di proposta che riguarda l’aggiustamento delle pensioni interesserebbe 250mila persone su una platea di 16 milioni di pensionati.

“L’operazione donna”, cioè l’opportunità di pensione anticipata per le donne, resta un’opzione?

Oggi l’opzione donna rimane l’unica possibilità di uscita anticipata per le donne. Noi abbiamo proposto un’uscita flessibile basata su criteri anagrafici e non contributivi pensando anche alle donne, che hanno carriere più discontinue rispetto agli uomini.

Mastrapasqua, suo predecessore, aveva detto che per evitare rivolte, era meglio che i giovani non sapessero nulla delle loro pensioni future. Perché?

E’ una forma di ignavia di Stato. Noi abbiamo dato questa informazione ai giovani e non c’è stata nessuna rivoluzione e anzi ci hanno ringraziato.

Ma i giovani sapranno mai esattamente quanti contributi hanno accumulato?

Lo possono già sapere. Abbiamo dato loro questa possibilità con l’operazione “La mia pensione”.

Professor Boeri, chi la critica dice che lei dovrebbe soprattutto rendere efficiente un pachiderma immobile come l’Inps. E’ davvero un pachiderma immobile?

No, assolutamente. Io ho trovato delle persone che sono estremamente devote al loro lavoro. Abbiamo già fatto delle cose importanti, “La mia pensione” ha cambiato il modo di funzionare dell’Inps. Abbiamo unificato tutte le pensioni al primo del mese e la macchina ha reagito benissimo. Ma vogliamo fare di più e per fare di più abbiamo bisogno di flessibilità. Le posso fare un esempio: in questi giorni vorremmo mandare a casa degli italiani che non hanno il Pin la busta arancione con la simulazione delle loro pensioni future. Non possiamo farlo con le regole attuali perché abbiamo delle spese contingentate e non possiamo spostare risorse fra diversi capitoli di bilancio, nonostante questo non comporterebbe alcun costo per lo Stato. E’ da aprile che abbiamo richiesto l’autorizzazione al governo, ma ad oggi non ci è stata data.

Il modello di riforma della Madia è interessante no?

È sicuramente interessante, basta che venga applicato attuando la legge delega. Noi ci candidiamo a sperimentare la riforma. Abbiamo necessità di poter gestire in modo più efficiente la dirigenza, di spostare le persone, di poterle gestire nell’insieme della pubblica amministrazione.

Si parla di molti esuberi all’Inps, sono numeri reali?

Non ci sono esuberi. Noi abbiamo ridotto già fortemente gli organici, tagliato le spese di gestione di circa il 20% e siamo al di sotto della dotazione organica. Vorremmo anzi avere più flessibilità nelle assunzioni, abbiamo bisogno di rinnovare. Vogliamo digitalizzare però il digital divide c’è, l’età media all’Inps è di 54 anni, abbiamo bisogno di ringiovanire.

Il welfare è una conquista destinata a diventare un ricordo del secolo scorso?

No, però bisogna farlo evolvere, per esempio la povertà è un problema serissimo. In Italia sono aumentati di 4 milioni i poveri e il nostro sistema di protezione sociale non fa abbastanza per proteggerli.

Cosa bisognerebbe fare?

Avere una rete di protezione sociale di base, quella che esiste in tutti i paesi dell’Unione Europea ad eccezione dell’Italia e della Grecia. Esiste anche in America Latina e in alcuni paesi africani. Noi abbiamo proposto di introdurla almeno per gli ultra cinquantacinquenni.

Ma i diritti acquisiti non esistono più?

I diritti acquisiti sono una grande ipocrisia, ogni riforma li intacca. Chi oggi si erge paladino dei diritti acquisiti propone una patrimoniale che è una palese violazione delle regole con cui una persona ha accumulato i risparmi di una vita.

Giovanni Minoli – Il Sole 24 Ore – 20 novembre 2015 

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