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Boiardi, politici, uscieri. I privilegi a vita degli intoccabili di Stato. Esistenze dorate e furbizie di chi resiste alla rottamazione nel nuovo libro di Sergio Rizzo

Francesco Cevasco.  Qualche faccia tosta, molto tosta, oserà sporgergli querela. Lui lo sa. Ma non si preoccupa più di tanto. Tanto ha le «carte». Che se le porta in tribunale quei parassiti che succhiano il sangue e i soldi agli italiani dovranno pagare anche le spese di giudizio. «Carte» di carta che pesano decine di chili. E «carte» di file elettronici (legali, non che violino la privacy) leggere come l’aria ma pesanti come un grande sasso che ti inchioda alle tue responsabilità: magari niente di penale, ma di morale sì. Si sta parlando di Sergio Rizzo e del suo nuovo libro: Da qui all’eternità. L’Italia dei privilegi a vita (Feltrinelli, pp.200, e 15).

Rizzo è un vero signore, laureato in architettura, educato e gentile, che, ogni tanto, sono costretti quelli che fanno gli ormai inutili talk show in tv a invitare perché le cose che scrive (sul «Corriere della Sera» e nei suoi libri) non si possono ignorare. Lui non strilla. Non spara bombe. Non manda a quel paese nessuno. Ma osa dire cose che pochi osano. Il fatto che sia un vero giornalista è dimostrato dal fatto che ha più nemici che amici.

Bene: parliamo di questo libro che tra ventiquattr’ore potrete trovare in libreria. Come si dice in gergo: fa «un mazzo tanto» a chi — politico, sindacalista, alto magistrato, funzionario di Stato, manager pubblico ma anche privato, rettore di università, burocrate che condiziona i ministri, ministro che condiziona i burocrati eccetera — s’è approfittato di leggi (ingiuste) per arricchirsi (legalmente ma vergognosamente).

È un libro dove non si dice: Tizio ha una rendita superiore a 2.000 euro al mese da un vitalizio (della Regione Lazio, per esempio) che spudoratamente somma a un altro reddito (del Parlamento europeo, per esempio). No, qui si dice: Tizio, Caio, Sempronio, Mevio e Filano (nel libro i nomi sono quelli veri) «rubano» (nel senso che non se li meritano) 2.765,38 euro al mese. Tutto scritto nelle «carte» che Rizzo conserva. Rizzo è preciso: alla virgola.

Chi scrive diffida dei risvolti di copertina dei libri: spesso sono enfatici, esagerano. Nel caso di questo libro (che Rizzo se lo sia scritto da solo il risvolto?) coincide esattamente («è conforme», come direbbe il suo amico Gian Antonio Stella con cui ha scritto il memorabile La Casta ) con il contenuto delle 200 pagine che precedono la morale finale. Dice: «È accettabile, in un Paese martoriato da una crisi infinita, che un deputato regionale cinquantenne, con l’età di Brad Pitt e Monica Bellucci, incassi un vitalizio dopo solo qualche mese di legislatura? E prendendo più del doppio di un operaio inchiodato 42 anni in fabbrica? Come possono i cittadini esposti da anni al massacro dei loro diritti, dall’innalzamento inarrestabile dell’età pensionabile al taglio degli assegni previdenziali, rassegnarsi all’intoccabilità dei privilegi ingiustificati di altri cittadini, considerati di serie A? Quello delle rendite perenni e spropositate. Dei vitalizi scandalosi o delle poltrone perpetue è il più odioso dei vizi nazionali. Pubblici e privati: perché chi entra nel circolo vizioso del potere burocratico finisce per rimanervi felicemente intrappolato per sempre.

Ci sono dirigenti pubblici pressoché inamovibili anche ben oltre la pensione, boiardi che hanno portato al collasso aziende del parastato e sono stati premiati con poltrone di prestigio. E poi ancora consiglieri regionali, assessori provinciali, generali, ambasciatori, top manager di banche e imprese che possono contare su infinite prebende e inappellabili incarichi a vita, sindacalisti a cui la politica garantisce sistemazioni eterne con vitalizi da favola. La colpa è spesso delle regole. Regole sbagliate, assurde, scritte per un mondo che non c’è più o forse non c’è mai stato. Regole che hanno spalancato un abisso tra il Palazzo e il paese. Talvolta, frutti avvelenati del Sessantotto, la cui generazione voleva cambiare il mondo, ma ha cambiato in meglio solo la propria esistenza a scapito di quella dei figli. Per rimettere in moto l’Italia si deve ripartire da qui. Mettere in discussione i privilegi eterni. Abbattere le rendite parassitarie. Cambiare le regole assurde che rischiano di distruggere il Paese».

Ma che Paese è quello dove (esagerando, ma tanto per capirsi) hai uno o più vitalizi cumulabili se sei stato consigliere comunale, provinciale, regionale, deputato, senatore, parlamentare europeo e, tra un incarico e l’altro, ufficiale dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, della guardia di finanza, dei carabinieri, rettore universitario, capo dipartimento di qualche ente inutile, magistrato, giudice di pace, manager di qualche inutile e costosa fondazione, babbo di figli che vincono concorsi pubblici da cardiologo esaminati da un oculista, presidente di enti pubblici che comprano siringhe per l’ospedale della tua città quando ad Amsterdam costano dodici volte meno, presidente di una Asl tu che hai fatto la scuola di ricamo e cucito, tu che hai fatto approvare una leggina che crea una «posizione» da garante dei detenuti (e magari in galera ci saresti dovuto andare tu) e poi ne diventi il presidente.

Basta: ci vuole il fegato di Rizzo che dice: «Però si può fare qualcosa per eliminare, abolire, limitare questo sconcio». Lui ci crede, altrimenti non avrebbe dedicato la sua vita professionale a denunciare quello che ha denunciato. «Qualcosa sta per succedere — dice — , il Paese è stanco. E tutto questo non lo sopporta più. Forse l’ha capito anche chi fa politica».

Speriamo che Rizzo abbia ragione: se non altro per sapere che il suo lavoro a qualcosa è servito.

Per illuderci leggiamo dal suo libro quello che Giuseppe Garibaldi scrisse al figlio Menotti nel 1870 e qualcosa (noi non siamo precisi come Rizzo) rinunziando a un vitalizio da ben centomila lire: «Dirai a lui (il ministro Pasquale Stanislao Mancini) che le centomila lire mi peserebbero sulle spalle come la camicia di Nesso. Accettando avrei perduto il sonno, avrei sentito ai polsi il freddo delle manette, le mani calde di sangue. E ogni volta che mi fossero giunte notizie di depredazioni governative e di pubbliche miserie mi sarei coperto il volto dalla vergogna. Questo governo la cui missione è d’impoverire il paese per corromperlo, si cerchi complici altrove».

Però c’è un problema: un paio d’anni dopo queste nobili parole il nostro mitico Giuseppe Garibaldi «masticando amaro quelle centomila lire le intascò».

Il Corriere della sera – 21 ottobre 2014

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