Breaking news

Sei in:

Brescia, diossina anche sull’erba. Giardini vietati ai bambini. Inquinamento provocato dall’industria chimica: pericolosi 2100 ettari

L’erba cresce selvatica, nei giardini di Brescia. Folta, bella, non si può toccare. Sembra un dono di dio, mentre è il castigo degli uomini. L’erba di Brescia è zeppa di Pcb e diossina. La terra è avvelenata in profondità. E i veleni, anche quando sono invisibili, risalgono in superficie dentro ogni nuova forma di vita.

Le bambine della scuola elementare Deledda lo sanno perfettamente. «Possiamo fare ricreazione solo sulla pista di cemento», dicono. «Stiamo sulle piastrelle». «Quando cadi è brutto». «Se corriamo fuori dalla pista, la maestra ci sgrida». «Mio papà mi ha detto che se tocco l’erba mi sporco con qualcosa che non si può più lavare». «Mia madre dice che mi ammalo». Lo sanno. Come lo sanno i ragazzi e le ragazze della squadra di atletica, che fino a tre mesi fa si allenavano sulla pista comunale. Ora sul cancello chiuso c’è un cartello: «Sito con livello di inquinamento alto. Divieto di accesso». Zona rossa. E’ tutto scritto. Noto. Protocollato. La peculiarità del caso Caffaro, il più grave caso di inquinamento ambientale del Nord Italia, forse più grave persino di Seveso, è proprio questa: la certificazione del disastro. La resa pubblica di fronte al disastro certificato.

Ogni sei mesi il Comune di Brescia firma un’ordinanza che inizia così: «Premesso che l’Asl ha comunicato la necessità di reiterare le limitazioni all’utilizzo dei suoli, in quanto sussistono ancora le condizioni sanitarie di pericolo per la salute pubblica…». Come se si trattasse di una questione di parcheggi, in maniera burocratica, dispone: «Il divieto di utilizzo del terreno nelle aree di cui all’allegato… Intendendo, con questo, l’aratura, il dissodamento e ogni altra operazione che comporti il contatto con il terreno stesso». Vietato calpestare l’erba. Vietato coltivare verdure. Vietato fare le capriole al parco. Sono avvelenati 2100 ettari di terreno, 50 chilometri in linea d’aria, seguendo il sistema delle rogge, dei canali di scolo e gli argini del fiume Mella. Brescia sud. Tutto quello che sta a valle dell’industria chimica Caffaro.

Costruita dentro Brescia nel 1906, è sempre rimasta qui. A meno di un chilometro dal centro storico. Produceva soda caustica, poi i famigerati Pcb fino al 1984. Erano anni in cui i policlorobifenili venivano impiegati nei condensatori e nei trasformatori elettrici come una specie di olio isolante. Così la Caffaro ne produceva fino a 2500 tonnellate all’anno. E gli scarti di lavorazione, giù dagli scarichi della fabbrica, andavano a marchiare a morte il territorio. Marino Ruzzenenti, insegnante di storia in pensione, ambientalista, è stato il primo a capire. Ha indagato per quattro anni, prima di pubblicare un libro molto documentato. Era agosto 2001, sembrava il finimondo. La procura aveva aperto subito un’inchiesta: scandalo, indignazione, interpellanze. E poi? «Tanti studi – dice oggi Ruzzenenti – tante indagini. Adesso abbiamo una marea di dati. Sulla caratterizzazioni del suolo e sull’inquinamento patito degli esseri umani. Ma il processo di bonifica non è mai partito. Questo è il problema». Perché? «Io credo perché, sostanzialmente, i bresciani non si sono fatti sentire. Hanno vissuto questo disastro con enormi sensi di colpa, come fosse uno scheletro nell’armadio. Qualcosa da rimuovere. Però il peggio deve ancora venire, purtroppo. La Caffaro è fallita, sta per chiudere. Sotto la fabbrica c’è un inquinamento pazzesco, fino a 35 metri di profondità. Quando bloccheranno il sistema di pompaggio, che garantisce la messa in sicurezza della falda, si scoperchierà un problema enorme. Con rischio di inquinamento persino più disastroso». Si capisce camminando nel quartiere Primo Maggio, il più colpito, dove persino le aiuole fiorite sono pericolose.

I procedimenti penali sono stati tutti archiviati, riaperti e archiviati ancora. Si indaga su reati già prescritti. Mentre a Milano c’è un procedimento in sede civile nei confronti della Caffaro – gli ultimi proprietari fanno capo al gruppo Snia – in cui si discute di risarcimenti. Il ministero dell’Ambiente ha chiesto 3 miliardi di euro per le bonifiche di Brescia, Tor Viscosa e Colleferro. Una cifra che rende l’idea. «E’ davvero complicato rimuovere il Pcb dalla terra. E’ un tipo di inquinamento pervicace e profondo», dice Ruzzenenti. Al punto che persino la direttrice dell’Arpa di Brescia, Maria Luisa Pastore, arriva a dire: «Se potessi scegliere, in sincerità i miei figli li manderei in altre scuole, lontane dalla zona rossa. I tempi di bonifica sono lunghissimi, ma stiamo lavorando». Per la prima volta l’Arpa sta effettuando analisi a campione su tutta l’area interessata dal problema. Mentre nelle pagine del pur prudente opuscolo dell’Asl, distribuito a fine 2013, si può leggere: «Gli effetti tossici cronici dei Pcb comprendono anche effetti cancerogeni, con un’evidenza ritenuta sufficiente per il melanoma e limitata per il linfoma non-Hodgking e il cancro alla mammella femminile». Ora gli studiosi si affannano a trovare dati attendibili sui casi di mortalità. Mentre c’è chi aveva già capito tutto, molto modestamente, stando a contatto con la terra. «Nel 2001 sono venuti gli ispettori. Hanno bruciato le mie mucche, i vitelli, i conigli. Hanno voluto persino i polli che tenevo nel freezer», dice il contadino Pierino Antonioli. Ha una cascina nella zona sud, alla fine della città. Ma questa terra non può più essere coltivata, tutto il suo mondo è stato dato alle fiamme. Nel sangue di Pierino Antonioli hanno trovato un livello di Pcb pari a 290, quando la soglia massima accettabile è 15. Sua madre Luigia ha toccato quota 700. Completamente intossicati, costretti a pagare le tasse su un terreno incoltivabile, abitano come sopravvissuti un pezzo d’Italia in disgrazia totale. «Guardate questo articolo – dice Pierino Antonioli con un sorriso pieno di amarezza – è datato 31 luglio 1968. Titolo: “Bruciata dall’acqua avvelenata dagli scarichi la campagna di Chiesanuova”. Questo qui sotto, nella foto, sono io giovane. Mi ero accorto che c’era qualcosa di strano. L’acqua di irrigazione faceva schiuma. Seccava subito le piante. Fossi stato un signore mi avrebbero ascoltato…». Ecco: i signori e i contadini. La forma e la sostanza. Brescia è così. I veleni si nascondono in un contesto ordinato, quasi perfetto. I cartelli ti avvisano. Gli opuscoli ti informano. A Brescia i veleni sono istituzionalizzati.

La Stampa – 7 aprile 2014 

Leave a Reply
 

Your email address will not be published. Required fields are marked (*)

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

site created by electrisheeps.com - web design & web marketing

Back to Top