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Brexit, un rischio per l’agroalimentare italiano. Il food è la prima voce di export italiano in Inghilterra e potrebbe essere ridimensionato tra dazi e deprezzamento della sterlina

Il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea che si terrà il 23 giugno preoccupa in tutta Europa e non solo. Lo stesso presidente degli Stati Uniti Barack Obama si era speso apertamente per la permanenza dell’Inghilterra nell’unione e appelli anti-Brexit sono arrivati da molti politici di prim’ordine.

Ma l’incertezza resta alta a pochi giorni dal voto e l’attesa per i risultati si sta caricando di toni drammatici, culminati con l’omicidio della parlamentare laburista e attivista per la permanenza nell’Ue Jo Cox da parte di un uomo tacciato di posizione estreme e nazionaliste. L’affluenza alle urne prevista è dell’80%, un valore decisamente alto rispetto alle medie storiche.

ALIMENTARE PRIMA VOCE DI EXPORT IN UK – Cosa può voler dire per le imprese italiane, e segnatamente quelle del settore alimentare, il “sì” all’uscita dall’Ue? Non è assolutamente semplice immaginare gli scenari futuri, ma è possibile fare un paio di riflessioni interessanti scelte tra le molte variabili che dovrebbero muoversi , tenendo presente che l’agroalimentare è la prima voce di export italiano nel Regno Unito, che ama il nostro cibo. Pesa per circa il 15% di tutte le nostre esportazioni, ovvero più di 3,5 miliardi di euro su 24% complessivi, che ne fanno il terzo o quarto Paese di destinazione del nostro cibo nel mondo.

POTREBBERO TORNARE I DAZI – Nel caso di Brexit Inghilterra e Commissione europea hanno, secondo i trattati Ue, due anni di tempo per negoziare l’uscita o un nuovo diverso accordo, scaduti i quali i trattati cessano di avere efficacia per il Paese che ha notificato al Consiglio europeo la volontà di uscire. “Un’uscita della Inghilterra dall’Unione Europea – spiega a Food Claudio Colacurcio, specialist della società di consulenza economica Prometeia – potrebbe avere un impatto su dazi doganali e valore della sterlina verso l’euro. Nel primo caso si assisterebbe, (almeno finché non si è negoziato un nuovo accordo o l’Inghilterra non ha aderito a qualche accordo di libero scambio già esistente, e complementare a quello Ue, ndr) al ritorno dei dazi, ora assenti, che abbiamo stimato all’incirca pari al 5,5% medio del valore dei beni esportati se si considerano tutti settori merceologici. Percentuale che, però, per l’alimentare sarebbe sicuramente più alta e pari anche al 10 per cento”. Queste stime derivano da valori coerenti con le regole del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) di cui l’Inghilterra fa parte. Il meccanismo di regolazione del Wto prevede che una nazione che esca da uno spazio di libero scambio debba poi imporre anche a quest’ultimo gli stessi dazi che applica ad altri Paesi terzi (Usa, Canada, Giappone), con le sole eccezioni dei Paesi in via di sviluppo, dove possono essere concessi ‘sconti’”. La soluzione, in questo caso, sarebbe rinegoziare il prima possibile un accordo ad hoc che eviti i dazi.

MOLTO PROBABILE DEPREZZAMENTO DELLA STERLINA – “Le imprese italiane che esportano in loco – continua Colaciurco – sarebbero costrette o ad assorbire i dazi facendo scendere la propria marginalità o a ribaltarli sui consumatori inglesi, alzando i prezzi, ma rischiando di essere meno competitive. Questa seconda opzione sarebbe però pericolosa perché la sterlina molto probabilmente si svaluterà rendendo le nostre aziende già meno competitive di quelle inglesi”. Ribaltare i dazi sui prezzi in presenza di una sterlina che si indebolirà potrebbe rappresentare, quindi, un duplice effetto negativo sulla domanda di cibo italiano, anche se nessuno può prevedere l’entità di questo deprezzamento della valuta della Corona. Insomma dalla Brexit l’agroalimentare italiano, già colpito in parte dal sistema di etichettatura a semafori degli inglesi, non avrebbe nulla da guadagnare.

Foodweb – 21 giugno 2016 

 

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