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Cade il veto della Vallonia sul Ceta Ue-Canada, sì al libero scambio. Trovato l’accordo in Belgio. Ma Ottawa rinvia la firma prevista per oggi

Alla fine la Vallonia cede. Lo Stato del Belgio meridionale sembra pronto a dare il via libera al Ceta, l’accordo commerciale tra Unione europea e Canada. Ieri Justin Trudeau, premier del grande Paese nordamericano, sarebbe dovuto arrivare a Bruxelles per la firma solenne del Trattato che coinvolge circa 507 milioni di europei e 36 milioni di canadesi.

Ma non se n’è fatto nulla: rinvio a data da destinarsi, perché l’intesa può entrare in vigore solo se tutti i partner della Ue lo ratificano. L’intoppo si è verificato in Belgio: lo Stato federale deve ottenere il «sì» dei cinque parlamenti regionali. Tutti d’accordo, tranne la Vallonia. L’antica terra delle miniere e della migrazione italiana è oggi dominata dalla paura di essere colonizzata dalle multinazionali. Il partito socialista di Elio Di Rupo e oggi guidato dal premier locale Paul Magnette ha chiesto garanzie in particolare su un punto del protocollo.

Il passaggio che prevede un arbitrato «per proteggere gli investitori stranieri dalle discriminazioni o dal trattamento iniquo da parte dei governi». L’esecutivo della Vallonia teme di non avere più alcuno strumento per negoziare con le grandi imprese. Giusto o sbagliato che sia, la Commissione europea ha dovuto impegnarsi a fondo e concedere qualcosa ai belgi francofoni.

E’ stato il premier belga, Charles Michel, ad annunciare l’accordo. Gli ambasciatori Ue (Regno Unito presente pro forma) hanno già approvato ieri le modifiche da apportare al testo. Il voto favorevole del Parlamento vallone è atteso per stasera.

Il Ceta, «Comprehensive economic and trade agreement» prevede l’eliminazione del 98% dei dazi e delle barriere doganali che intralciano gli scambi commerciali tra Unione europea e Canada. I negoziati sono cominciati sette anni fa. Secondo i calcoli di Bruxelles gli esportatori europei risparmieranno 500 milioni all’anno e l’import-export aumenterebbe del 20%.

Ma quali sono gli effetti per il nostro Paese? Per l’Italia l’aspetto più interessante è la tutela delle denominazioni d’origine: una spinta all’esportazioni di qualità dell’agroalimentare e, si spera, un modo per frenare «l’italian sound», la caricatura dei marchi più pregiati della produzione italiana: formaggi, salumi, conserve.

Importante anche la liberalizzazione del settore dei servizi e la possibilità per le imprese europee di poter partecipare agli appalti pubblici canadesi, a livello federale e nelle amministrazioni locali.

Giuseppe Sarcina . Il Corriere della Sera – 28 ottobre 2016 

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