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Cambiamenti climatici e crisi. In Venezuela torna la malaria. Migliaia di casi nel primo Paese al mondo a debellarla, nel 1961. Il virus contagia le città attraverso i minatori illegali della giungla

Filippo Fiorini. Ci hanno messo vent’anni il dottor Arnoldo Gabaldon e il chimico italiano Ettore Mazzarri. Uno curava il piano d’assistenza agli infermi e l’altro spargeva il «Ddt» su tutto il territorio della Repubblica. Quando hanno finito, nel 1961, il Venezuela era diventato il primo Paese al mondo a sradicare la malaria. Veniva preso come esempio da Europa, Stati Uniti e Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).

Oggi, meno di vent’anni dopo la morte di entrambi questi scienziati, la crisi economica, il degrado politico e il cambiamento climatico hanno riportato in vita un morbo che a suo tempo decimò la popolazione, che si è già trasformato in epidemia e che ora si candida pure a diventare un’emergenza nazionale.

Nel report 2015 emesso dalla sede di Caracas dell’Oms, quello che in spagnolo viene detto «paludismo» è ancora tra le cause di morte meno diffuse in assoluto. Accanto alla classifica, però, c’è un asterisco che dice: «I dati per la malaria risalgono al 2012». È l’anno in cui il «Ministero del Potere Popolare per la Salute» ha smesso di pubblicarne le statistiche. A maggio, il quotidiano locale El Nacional citava un bollettino epidemiologico mai divenuto pubblico, secondo cui «i casi registrati nelle prime 14 settimane del 2016 sono già 54 mila. Il 52% in più che lo stesso periodo del 2015».

Il dottor Juan Castro è professore all’Istituto di Medicina Tropicale dell’Università Centrale del Venezuela. Dice che in realtà la situazione è più grave: «Circa 20 mila nuovi infermi ogni settimana e arriveranno a 200 mila entro fine anno». Il motivo è che «dal 2005 a oggi non c’è stata alcuna politica di controllo dei vettori». Si riferisce alle zanzare e a un’economia socialista fondata sul petrolio che, col greggio in ascesa, ma ancora sotto i 50 dollari il barile, fatica a far arrivare cibo e medicine alla cittadinanza.

L’80% degli ammalati proviene da un solo municipio: Sifontes, Stato Bolívar. Qui, nelle giungle al confine con la Guyana, brucia la febbre dell’oro venezuelana. Nel 2011 hanno censito 50 mila abitanti e nella prima metà del 2016 sono comparsi 160 mila casi di malaria. Una bella differenza. Il dottor Castro è appena tornato da lì e spiega che «l’aumento dell’attività mineraria illegale e il movimento dei lavoratori da questa zona verso aree ad alto rischio di propagazione, come quelle urbane, ha un effetto incontrollabile».

Silvia Wagner, dell’Ong svizzera Global Initiative, ha studiato il tema e calcola che «in Venezuela l’80% della produzione d’oro è illegale». Molte delle miniere in questione qualche anno fa erano legali. A Sifontes c’è Las Cristinas, uno dei giacimenti più grandi al mondo. La società canadese Kristallex aveva iniziato a sfruttarlo, poi è stata nazionalizzata dal governo e ora sono in causa presso la Banca Mondiale.

Dopo gli espropri, il presidente Nicolas Maduro ha avuto problemi a rilanciare gli investimenti. Si tratta soprattutto con compagnie statali cinesi. Le zone non sfruttate sono diventate prima un’esclusiva dei disperati disposti ad ammalarsi col mercurio che si usa per raggrumare l’oro sciolto nel fango, poi c’è cresciuto un mondo attorno: ex impiegati che hanno perso il lavoro in città, giovani sbandati che si costituiscono nei cosiddetti «sindicatos» e controllano militarmente i giacimenti, doganieri corrotti, piccoli ristoratori, negozianti, prostitute «e anche indios Yanomami ridotti in schiavitù», aggiunge la Wagner.

Quando una qualsiasi di queste persone viene punta da una zanzara che porta la malaria, si scontra con un sistema sanitario deprimente. «Negli ultimi due mesi sta scarseggiando il trattamento – riferisce Castro – a lungo andare, questo potrebbe avere conseguenze gravi». Negli Anni 40, quando questi farmaci non esistevano, la malaria era la terza causa di mortalità in Venezuela.

La Stampa – 17 agosto 2016 

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