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Cambiamenti climatici, inquinamento e abitudini alimentari. Epidemiologi: “Rischi per la salute già evidenti”. Ondate di calore saranno più forti e si rischiano il 20% di morti in più

In corso nella Capitale i lavori della Conferenza internazionale di epidemiologia ambientale 2016. “Mutamenti clima portano a riemersione delle malattie infettive, aumento della mortalità da ondate di calore e per gli eventi estremi innescati dal disordine del clima (cicloni, alluvioni, siccità)”. Ma non solo attenzione anche agli stili di vita alimentari.

“In mancanza di misure efficaci di contenimento delle emissioni, la frequenza di ondate di calore aumenterà di circa 80 volte nei prossimi 50 anni, con una impennata del rischio di morte del 20% durante questi eventi”. Ma non solo posto l’accento anche su alcuni aspetti particolarmente problematici per la salute pubblica dell’innalzamento della temperatura globale. Primo fra tutti, e “già ben visibile, l’aumento della desertificazione e la corrispondente riduzione delle terre coltivabili, che in breve tempo porterà vaste porzioni del pianeta a un dimezzamento delle superfici, mettendo a rischio la sicurezza alimentare”.

Questi ma non solo alcuni degli argomenti in discussione alla Conferenza internazionale di epidemiologia ambientale della Società internazionale di epidemiologia ambientale 2016 (ISEE) 2016 (Roma, 1-3 settembre). La Conferenza, che conta 1.500 delegati si prefigge di offrire “una panoramica aggiornata e completa degli sforzi che la ricerca scientifica sta facendo per conoscere meglio il complesso rapporto fra ambiente e salute, e dei modi più efficaci per contrastarne gli effetti più deleteri”.

Dal consesso emergono in primis nuovi dati sulle conseguenze di salute dell’inquinamento dell’aria. “Uno di questi – si legge in una nota -, meno noto, riguarda la possibile relazione fra esposizione a lungo termine a inquinanti come ossidi di azoto, polveri fini e metalli, e insorgenza di sclerosi multipla”. La ricerca italiana ha osservato “negli uomini una correlazione fra l’entità dell’esposizione ai comuni inquinanti di città e la probabilità di ammalarsi di sclerosi multipla, decisamente più alta alle alte esposizioni. L’ennesima conferma della gravità del fenomeno, come emerso sempre durante il primo giorno della Conferenza, viene dalla Cina dove l’inquinamento atmosferico è la quinta causa di morte e ha fatto contare nel 2013 ben 916.000 morti premature. Di questi, 366.000 morti sono da attribuire solo alle emissioni di carbone, la fonte più micidiale”.

 Ad aprire la giornata di ieri la benedizione non formale di papa Francesco rivolta ai 1500 delegati presenti: “La vostra ricerca fornisce davvero un legame essenziale fra la custodia della nostra casa comune e la promozione della salute, del benessere e della dignità di tutte le persone. Questo accresce non soltanto la nostra conoscenza del mondo e delle sue risorse naturali, ma anche il bisogno di sobrietà e di umiltà a livello individuale e comunitario”. E con un monito: “Visto che occupate di un settore della ricerca che riguarda la relazione vitale fra l’ambiente e la salute umana, sua santità incoraggia tutti voi a non perdere di vista i molto veri e dimenticati della società che possono beneficiare del vostro lavoro”.  

I lavori congressuali sono stati dominati dal tema del cambiamento climatico e dei suoi effetti sulla salute. “Un tema globale di cui si iniziano già ora a percepire gli impatti in termini di riemersione delle malattie infettive, aumento della mortalità da ondate di calore e per gli eventi estremi innescati dal disordine del clima (cicloni, alluvioni, siccità)”. 

Uno studio condotto negli Stati Uniti e presentato oggi alla conferenza mostra come “in mancanza di misure efficaci di contenimento delle emissioni, la frequenza di ondate di calore aumenterà di circa 80 volte nei prossimi 50 anni, con una impennata del rischio di morte del 20% durante questi eventi”.

Nella sua presentazione in sessione plenaria, l’epidemiologo Andy Haines della London School of Hygiene and Tropical Medicine di Londra ha posto poi l’accento su alcuni aspetti particolarmente problematici per la salute pubblica dell’innalzamento della temperatura globale. Primo fra tutti, e già ben visibile, l’aumento della desertificazione e la corrispondente riduzione delle terre coltivabili, che in breve tempo porterà vaste porzioni del pianeta a un dimezzamento delle superfici, mettendo a rischio la sicurezza alimentare.

“D’altra parte – ha proseguito Haines – saranno le città a dover guidare la sfida della de-carbonizzazione, visto che sono responsabili dell’85% del PIL mondiale e del 75% delle emissioni da fonti energetiche”.

Ma non solo clima e inquinamento. Il rapporto ambiente e salute va letto anche sotto la lente di una corretta alimentazione. “Ridurre gli impatti sull’ambiente ha sempre effetti positivi sulla salute umana, così come seguire stili di vita più salubri (per esempio ridurre il consumo di carne a favore di frutta e verdura, o muoversi in bicicletta) ha ricadute favorevoli sull’ambiente. In particolare il tema dei cosiddetti co-benefici – uno dei fili rossi della conferenza ISEE – riguarda il clima.”

Uno studio italiano condotto da Sara Farchi, Enrica Lapucci e Paola Michelozzi del Dipartimento di epidemiologia della Regione Lazio ha mostrato come in Italia il 71% degli uomini e il 64% delle donne sono consumatori abituali di carne (poco meno di mezzo chilo a settimana). Una riduzione del consumo di carne ai livelli raccomandati ridurrebbe del 3,7% la mortalità da cancro del colon e del 3,3% da malattie cardiovascolari. Nel contempo, questo aggiustamento nella dieta farebbe risparmiare il 60% delle emissioni di gas serra.

Quotidiano sanità – 3 settembre 2016

 

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