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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Cameron: «Con la Brexit pensioni e sanità a rischio». A dieci giorni dal referendum sulla Ue i toni si inaspriscono e prevale la «politica della paura»
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    Cameron: «Con la Brexit pensioni e sanità a rischio». A dieci giorni dal referendum sulla Ue i toni si inaspriscono e prevale la «politica della paura»

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche13 Giugno 2016Nessun commento3 Minuti di lettura
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    Ma solo un quarto della popolazione teme l’impatto economico: i più pensano all’immigrazione. A dieci giorni dal referendum il «Leave» accusa il governo di essere pronto ad aprire i confini a un milione di turchi, David Cameron ribatte sottolineando che uscire dall’Ue vorrebbe dire mettere a repentaglio le pensioni. E’ stata soprannominata la politica della paura: il conto alla rovescia ne inasprisce ulteriormente i toni.

    Con un’intervista sull’ Observer e un intervento alla Bbc , il primo ministro ha nuovamente sottolineato il punto principale della sua campagna, ovvero che voltare le spalle all’Europa danneggerebbe l’economia e di conseguenza l’inflazione, il lavoro, il prezzo delle case nonché le oculate previsioni del Tesoro: i soldi stanziati per le pensioni – al momento è garantito un aumento annuo minimo del 2,5% – e per il servizio sanitario nazionale – 10 miliardi di sterline aggiuntivi entro il 2020 – potrebbero mancare: secondo l’Istituto per gli studi fiscali, autorevole pensatoio indipendente, la vittoria del «Leave» si tradurrebbe in un deficit nelle finanze pubbliche stimabile tra i 30 e i 60 miliardi di euro. «Questa è la fredda realtà», ha detto Cameron. «Se lasciamo l’Ue, se ci ritroviamo davanti a un buco nero, sarà difficile giustificare queste spese. Se anche dovessimo riuscire a giustificarle moralmente potrebbe essere impossibile realizzarle».

    S e il primo ministro davanti alle telecamere appare chiaro e posato, il messaggio non sembra giungere alla gente proporzionalmente forte. Stando agli ultimi sondaggi, solo un quarto della popolazione teme che la Brexit, ovvero l’uscita dell’Unione, possa avere un impatto negativo sulle finanze dei singoli individui, mentre due terzi ha più paura dell’immigrazione che della crisi economica. Il «Remain» ha sbagliato campagna?

    Nonostante i sondaggi rilevino un lieve vantaggio per il «Leave», Cameron si chiama fuori dal gioco delle personalità, ma tra le sue file c’è chi non resiste, come la conservatrice Amber Rudd, secondo la quale Boris Johnson «è l’anima della festa, ma non la persona che sceglieresti per farti accompagnare a casa in macchina».

    Se il «Remain» alla ricerca degli ultimi voti ha concentrato la campagna sull’economia, il «Leave» ha puntato tutto sull’immigrazione. «Cosa sarà mai qualche piccola oscillazione della sterlina?», ha sminuito Nigel Farage ai microfoni della Bbc di fronte alla possibilità di un crollo della valuta in Borsa. «Farà bene alle esportazioni». Per lui l’economia è solida, dentro o fuori dall’Europa. La vera differenza è che uscendo dall’Ue il Regno Unito avrà maggiore controllo sul flusso di cittadini in arrivo dall’estero, soprattutto se, come ha scritto il Sunday Times in prima pagina, è vero che il governo ha già trattato la possibilità di permettere a un milione di turchi di viaggiare in Gran Bretagna senza visto in cambio della collaborazione sui migranti extracomunitari. «Ci sono un milione di britannici che sono disoccupati in questo paese», ha ricordato Farage. «Sarà anche vero che qualcuno è pigro e sempre ubriaco ma forse gli altri, se ci fossero meno immigrati, potrebbero aver voglia di lavorare».

    Ci si interroga, intanto, sul dopo referendum. Cameron ha ribadito che anche nel caso di una vittoria del «Leave» non lascerà Downing Street. «Eseguirò la decisione dell’elettorato, continuerò a fare il primo ministro e costruirò un governo che includa tutto il talento del partito conservatore». Chissà se il premier, che con le ultime elezioni e il referendum in Scozia ha dimostrato di essere un abile stratega politico, questa volta non abbia visto giusto .

    Paola De Carolis – Il Corriere della Sera – 13 giugno 2016 

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