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Cani e cuccioli nel «lager». Imprenditrice condannata. Otto mesi per la titolare dell’allevamento di Nogarole

«Questa vicenda dovrebbe far riflettere su come l’adozione da un canile sia l’arma vincente contro la mercificazione della vita degli animali, dietro la quale possono riscontrarsi anche situazioni di allevamento che espongono i nostri amici a privazioni e sofferenze».

Esultano gli attivisti della Lav dopo che il giudice Livia Magri, con la sentenza di ieri mattina, ha condannato a otto mesi la titolare di un allevamento di cani di Nogarole Rocca dove, nel dicembre del 2010, un blitz del corpo forestale dello stato aveva portato al sequestro di 96 esemplari di varie razze pregiate (20 cuccioli e 76 fattrici).

Dai pincher ai carlini, passando per chihuahua, bulldog inglesi, volpini, barboncini e shitzu. Tutti, secondo l’associazione animalista che aveva presentato denuncia, «costretti a vivere in condizioni drammatiche, detenuti in un capannone in aperta campagna, rinchiusi in box realizzati con bancali di legno e materiale di scarto». La titolare dell’allevamento, una 47enne veronese difesa dall’avvocato Giampaolo Gazzola, ieri mattina era in aula e ha ascoltato impassibile la richiesta del pm Giorgia Bonini di 6 mesi per maltrattamento. Ma il giudice Livia Magri ha sorpreso tutti durante la lettura della sentenza: otto mesi con pena sospesa, tre mesi di sospensione dell’attività dell’allevamento e confisca in via definitiva dei 96 cani che sono stati affidati alla Lav, costituitasi parte civile con l’avvocato Emanuela Pasetto.

«Ricorreremo in appello» ha promesso l’avvocato Gazzola che durante l’arringa aveva tentato in ogni modo di dimostrare che le condizioni di quei cani non erano affatto «disastrose», come invece denunciato dagli animalisti. «Che interesse avrebbe avuto a tenerli in cattivo stato se poi li doveva vendere?» ha domandato il legale. Ma il giudice ha dato ragione all’associazione. «L´allevamento di Nogarole può essere definito una vera e propria fabbrica di cuccioli», aveva commentato Lorenza Zanaboni, referente provinciale della Lav. «La maggior parte degli adulti erano femmine detenute in spazi minimi e sporchissimi, in pessime condizioni di illuminazione, senza possibilità di uscire o camminare». I cani erano tutti dotati di microchip e intestati ad un´unica persona, «circostanza che lascia perplessi: com´è possibile che i funzionari addetti all´anagrafe canina dell´Usl non si siano chiesti dove fossero tenuti un centinaio di cani di proprietà di un singolo?».

Corriere Veneto – 18 dicembre 2013 

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