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Carne, produttori veneti in crisi: «Il consumo è crollato». Confagricoltura: «Troppi allarmi e terrorismi. Urge una seria promozione per un settore strategico»

Nutre il bestiame, lo pulisce, lo custodisce. Garantisce che vacche e manzi vivano e crescano in salute. Ogni giorno da tre anni. L’azienda agricola è in piena campagna a Mira, ma Khizar, 37 anni, non è veneto. Viene dal Pakistan l’unico dipendente di Luigi Andretta, storico nome dell’allevamento bovino per carne. «Dieci anni fa avevo 800 animali e 6 dipendenti. Oggi ho 300 capi e un operaio.

Perché straniero? Semplice, gli italiani non vogliono più fare questo mestiere. E pensate che Khizar guadagna 1700 euro al mese e ha l’alloggio gratis». Siamo a Borbiago, qui il tornado dello scorso luglio ha solo sfiorato l’allevamento di Andretta. Una fortuna. Ma quello che non ha devastato la furia del vento lo sta erodendo un soffio più subdolo e costante.

Se il Veneto resta il maggior produttore di carni rosse d’Italia (8.500 allevamenti, 195 mila tonnellate di prodotto bovino nel 2015, con un valore di produzione di 480 milioni di euro), lo stillicidio parla di 120 mila capi di bestiame in meno tra 2005 e 2015 e di un consumo sceso da 24 a 19 chili pro capite. Nello stesso periodo hanno chiuso 6.166 aziende zootecniche (da 24.366 a 18.250), meno 25 per cento. Nel Veneziano la situazione è anche più drammatica: 742 ditte che hanno mollato (da 2.193 a 1461), meno 33 per cento in una provincia mai stata ai vertici produttivi (in testa sempre Verona). Quello che giunge da Mira è un grido d’aiuto. «Il settore è strategico – avverte Rita Tognon, direttore di Confagricoltura Venezia – sia per le coltivazioni, dato che i cereali prodotti vengono in gran parte consumati negli allevamenti, sia per l’indotto, se pensiamo a mangimifici, concerie, trasporti, macellerie. Serve una seria promozione».

La conferma viene da Andretta: «Il vero incubo è quello dei clienti vittime di allarmi e terrorismi». Vedi alla voce Iarc: l’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro, costola dell’Oms, che nell’ottobre scorso ha pubblicato lo studio rimbalzato sui media di tutto il mondo. Rischio cancerogeno legato ad insaccati, salumi, e carni rosse fresche lavorate. Risultato? Nella prima settimana, crollo dell’8,7 per cento degli acquisti. Si è arrivati anche al 20 per cento in meno nel momento più duro. Le precisazioni successive sono servite a poco. In difesa della carne rossa si è il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare con un documento che sottolinea l’importanza della carne come fonte proteica nell’alimentazione.

Nicola Zanetti – Il Corriere del Veneto – 20 febbraio 2016 

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