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Carni, consumi flop dopo l’allarme. Vendite in calo fino al 17% nella settimana dell’annuncio choc dello Iarc. Wurstel e preparati in scatola i più colpiti, in crescita del 3% gli avicoli freschi

Crollano in Italia i consumi di carne e salumi dopo l’annuncio choc dello Iarc, l’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità. E i produttori temono conseguenze anche sul fronte dell’export. Secondo di dati elaborati da Iri per Assica, l’associazione dei produttori di carni e salumi, nella settimana dell’annuncio (dal 26 ottobre al 1° novembre) sul presunto legame tra carni fresche e trasformate con l’insorgenza del cancro, le vendite nella grande distribuzione sono scivolate mediante dell’8,7 per cento.

Ma con ampie oscillazioni dei singoli prodotti, comunque tutti in calo: per i wurstel è stato un vero tracollo, -17%, la carne in scatola è arretrata del 14,7%, la carne elaborata dell’11,6%, i salumi del 9,8%, la carne fresca del 6,8%.

Iri stima una contrazione delle vendite di 16 milioni di euro nel solo canale moderno (ipermercati e supermercati). Quello delle carni è uno dei mercati più importanti del largo consumo che, nel periodo gennaio- ottobre di quest’anno, ha realizzato vendite per ben 8 miliardi di euro. Quindi in una sola settimana il mercato ha bruciato lo 0,2% dei ricavi complessivi.

Dal tracollo generale, si salva solo la carne bianca fresca che, a due settimane dalla comunicazione dell’Oms, registra una crescita del 3%. «Il rimbalzo della carne bianca c’è stato – conferma Vittore Beretta, presidente dell’omonimo salumificio (514 milioni di ricavi l’anno scorso) – ma è stato inferiore alle attese».

Aldo Radice, condirettore di Assica, commenta che «nella grande confusione il travaso sulla carne bianca è stato minimo perchè nel consumatore è prevalso un atteggiamento di prudenza. La verità è che quei 16 milioni di vendite perse non li rivedremo più: la settimana successiva i consumatori non acquistano il doppio di carne e salumi».

Per Marco Limonta, business insights director di Iri, l’allarme Oms interrompe la ripresa della filiera «dopo un periodo di difficoltà dell’intero comparto di carni e salumi – spiega -. Si intravedevano i primi segnali di ripresa ma purtroppo questo avvenimento ha segnato una forte battuta di arresto».

Poi Beretta conferma, sostanzialmente, i trend segnalati da Iri, ricavati da colloqui con i direttori acquisti delle catene commerciali: «Il rallentamento è stato forte e generalizzato nella prima settimana. Mentre nella seconda (quella terminante l’8 novembre ndr), sono confermate le difficoltà dei wurstel e, in minor misura, di carne rossa, insaccati e pancetta». Per quanto riguarda la sua azienda, Beretta non nega il colpo di freno dei wurstel e una lieve contrazione delle carni trasformate «mentre gli affettati – aggiunge l’imprenditore – rimangono in progresso».

Massimo, Romani, dg di Grandi salumifici italiani (640 milioni di fatturato), osserva che «il mio gruppo ha registrato un segno meno nella prima settimana e uno meno preoccupante nella seconda. Il fatto strano è che il calo ha colpito un prodotto al top della qualità come Fior fiore che produciamo per Coop».

E il contraccolpo sull’export italiano(1,35 miliardi l’anno scorso)? «Finora non ne abbiamo registrati – risponde Beretta – Forse perchè gli ordini dall’estero sono più programmati. Peraltro in Spagna la notizia dell’Oms ha avuto meno risalto sui media mentre in Francia si è dedicato un po’ più di spazio. Grande attenzione invece nel Nord Europa, ma in quei Paesi l’interesse è giustificato dai consumi elevatissimi di bacon e salsicce».

Per Radice le conseguenze sui mercati esteri potrebbero essere contenute. «Il salume italiano all’estero – spiega – è considerato un prodotto di qualità: non per niente il prezzo al chilo Fob è di 8 euro, il doppio dei competitor. Quindi credo che l’impatto dell’annuncio Oms sarà più contenuto. Ciò detto non ci sono ancora dati attendibili».

Quali le iniziative dei produttori per contrastare un messaggio dell’Oms (con correzione di tiro successivo) basato sulle abitudini alimentari di americani e nordeuropei? «Dobbiamo sensibilizzare i consumatori – risponde Radice – sulle peculiarità della filiera italiana e sugli stili di vita: in Italia si consumano appena 20-25 grammi al giorni di salumi e carni conservate. Molto meno di altri Paesi».

Romani sostiene che già oggi «Assica, ma anche Gsi, ha in corso campagne di sensibilizzazione sulle diete equilibrate e sulla sostenibilità, per esempio il progetto Carni sostenibili. Ma ora si tratta di allargare il campo di azione e coinvolgere personalità indipendenti».

Emanuele Scarci – Il Sole 24 Ore – 12 novembre 2015 

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