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    Casi di pancitopenia felina nel Regno Unito: un problema di economia circolare? Attenzione ai “sottoprodotti” da cicli “non food” che entrano nei circuiti “food”

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati25 Luglio 2021Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Gli animali da affezione non sono attualmente considerati a livello di Commissione Europea una priorità sanitaria: tuttavia, per il loro impatto sull’opinione pubblica e per la suscettibilità ad alcuni contaminanti sono fondamentali in chiave One Health.  L’evento della pancitopenia felina si propone come “sentinella” per i rischi determinati dalle politiche di sostenibilità non accompagnate da una precisa definizione dei criteri “end-of-wate” che permettono il riutilizzo di un rifiuto, quale sottoprodotto in un differente ciclo produttivo. Particolare attenzione va posta ai “sottoprodotti” da cicli “non food” che entrano nei circuiti “food”.

    Di seguito, le ultime notizie e le considerazioni tossicologiche a supporto.

    L’ultimo aggiornamento del 19 Luglio, riporta una casistica di 515 gatti noti al Royal veterinary College di Londra  in base a casi trattati nei nostri ospedali e alle informazioni fornite da alcuni veterinari nel Regno Unito. Di questi il tasso di mortalità è stimato al 62% al momento della segnalazione.  Questo dato rappresenta probabilmente solo una piccola percentuale dei casi, in quanto molti gatti potrebbero non essere presentati a uno studio veterinario e/o indagati da un veterinario. Solo una piccola percentuale dei veterinari nel Regno Unito sta segnalando attivamente all’RVC in questo momento.

    L’andamento deli casi denota un deciso decremento, frutto della consapevolezza raggiunta dai proprietari dei gatti sull’argomento e sulla tracciabilità e ritiro dal commercio di differenti linee commerciali di petfood che risultano uscite da un unico stabilimento mangimistico.

    La ipotesi “Micotossine” e in particolare tricoteceni, già anticipata nei precedenti redazionali, sta prendendo sempre più piede, anche se la mancanza di un valore di riferimento tossicologico per i gatti e normativo per i mangimi rende estremamente difficile la interpretazione dei risultati. Al momento l’affermazione più solida e precauzionale è quella che i tricoteceni non devono essere presenti nella dieta dei gatti.

    Il problema ora si sposta sulla comprensione di quale ingrediente possa essere stato l’artefice della contaminazione, tenendo conto che la maggior parte dei mangimi incriminati dichiarava di essere “grain-free”.

    Le evidenze nella letteratura scientifica portano a focalizzare l’attenzione sull’utilizzo in mangimistica degli animali di affezione dei prodotti di distillazione dell’etanolo i cosiddetti Distilled Dried Grains and Solubles (DGSS), una fonte proteica a basso costo, e già fermentata enzimaticamente, in modo da ridurre eventuali allergie o intolleranze alimentari.

    I DGSS possono essere la causa del problema per i seguenti fattori:
    • utilizzo competitivo dei DDGS per il prezzo inferiore rispetto ad altre fonti proteiche nella formulazione mangimistica
    • utilizzo associato di enzimi che favoriscono la digeribilità delle proteine vegetali anche in chiave ipo-allergenica/ipocalorica.
    • utilizzo di materie prime cerealicole “contaminate”  intese per la produzione di etanolo “non alimentare” per poi utilizzare i sottoprodotti della fermentazione in alimentazione animale
    • Possibilità che tra le materie prime per la bio-fermentazione dell’etanolo rientrino i rifiuti-non-rifiuti dai processi di decontaminazione da micotossine dei cereali ad uso alimentare/mangimistico (es: rimozione della parte superficiale/ decorticatura), processi  che in ambito di Unione Europea devono essere autorizzati da EFSA in base a prove di efficacia dei processi di decontaminazione.

    A sostegno di tale scenario, i dati di monitoraggio internazionali riportano i DGSS quasi sempre più contaminati con micotossine rispetto ai cereali di partenza.

    Perché ancora non si è identificata la causa eziologica.

    La complessità degli aspetti, unito al valore commerciale del mercato del petfood, in mancanza di un quadro normativo (esistono infatti limiti raccomandati) e del supporto di valori guida tossicologici, pone in imbarazzo chi è responsabile della gestione del rischio, che può avere sottovalutato l’esposizione in una specie estremamente vulnerabile ai tricoteceni quali i gatti.

    Non è scontato che i laboratori abbiano validati e accreditati metodi capaci di determinare la presenza di tricoteceni inferiori ai livelli minimi raccomandati per gli alimenti per l’infanzia a 20 ppb.  La messa in commercio di mangimi “a formula chiusa” di cui non si conoscono gli ingredienti è un altro fattore su cui è necessario un intervento, specie nei contesti di economia circolare sopra rappresentati.  La formula aperta, con il dichiarato utilizzo dei DDGS di sicuro permetterebbe un migliore orientamento delle indagini epidemiologiche su fattori di rischio. In tale contesto può essere rilevante risalire anche la provenienza del DDGS: le micotossine riconoscono fattori climatici geo-referenziati importanti, e la pandemia Covid-19 può avere spinto l’approvvigionamento di DDGS da fornitori non abituali, quale conseguenza di una riduzione dell’attività negli impianti di quei paesi maggiormente interessati dalla malattia.

     

    Casistica settimanale dei gatti con pancytiopenia segnalati dal Royal Veterinary College di Londra. https://www.rvc.ac.uk/news-and-events/rvc-news/feline-pancytopenia-update

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Ciclo biofermentativo per la produzione di etanolo a partire da cereali: https://www.pngegg.com/en/png-ydhbi/download

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