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Casse di previdenza presto fuori dall’elenco Istat della Pa. L’esclusione significa non subire le restrizioni della spending review. Apertura del governo

Il Mef è pronto a stralciare le Casse di previdenza dall’elenco Istat della pubblica amministrazione. L’apertura è arrivata ieri, per bocca del sottosegretario al ministero dell’Economia, Pier Paolo Baretta nel corso di un incontro a porte chiuse per la presentazione di una ricerca preparata dalla Fondazione Astrid e dalla Business school della Luiss, con il contributo di Adepp, l’associazione degli enti previdenziali privati.
Se su altre questioni, come l’obbligo a fare riferimento alle regole in materia di appalti pubblici, ci sono vincoli di natura europea che bloccano l’esecutivo, «l’inserimento delle Casse nell’elenco Istat delle pubbliche amministrazioni a fini statistici – ha spiegato Baretta – è nella disponibilità del legislatore nazionale». Il Governo è, quindi, pronto a intervenire.
Un intervento che, al di là delle questioni formali, avrebbe un grande impatto pratico: uscire dall’elenco Istat, infatti, significa avere la certezza di non subire l’impatto restrittivo di qualsiasi manovra di finanza pubblica, come la spending review. E, allo stesso tempo, di non sottostare ai vincoli organizzativi che adesso hanno impatto, ad esempio, sulle assunzioni.
Baretta, poi, ha parlato del decreto investimenti, «fermo da mesi nei cassetti del ministero». Spiegando che «se non siamo convinti del contenuto e senza polemiche, possiamo lasciarlo lì». Anche se, dal suo punto di vista, esiste ancora un margine per lavorare a una soluzione condivisa con gli enti previdenziali che consenta di sbloccare il provvedimento in questo ultimo scampolo di legislatura.
Proprio sulla natura giuridica delle Casse e su come devono essere regolati i loro investimenti si è concentrata la ricerca Astrid-Luiss, introdotta dal presidente della Fondazione, Franco Bassanini: «La privatizzazione – ha spiegato – non può non comportare autonomia finanziaria e gestionale in capo alle Casse». A supporto della maggiore autonomia degli enti non ci sono solo argomenti di carattere giuridico, ma anche considerazioni economiche, relative proprio agli investimenti. Si legge nella ricerca: «Diversi studi, per esempio dell’Ocse, hanno evidenziato come le regolamentazioni basate su stringenti vincoli di portafoglio sono meno virtuose».
L’ideale sarebbe, invece, mutuare il modello delle fondazioni bancarie. In altre parole, per gli investimenti il Governo deve limitarsi a fissare dei principi generali, lasciando la disciplina di dettaglio dell’allocazione degli asset ad un’autoregolamentazione concordata tra gli enti e l’esecutivo. Un’impostazione che, come ha ricordato il presidente Alberto Oliveti, va proprio nella linea del codice di autoregolamentazione varato dall’Adepp. Questo, però, non è il solo nodo da sciogliere, secondo Astrid e Luiss. C’è, ad esempio, il tema della vigilanza, che andrebbe drasticamente semplificata, affidando la competenza – dice la ricerca – ad «un’unica autorità tecnica indipendente, dotata dei poteri necessari».Giuseppe Latour – Il Sole 24 Ore – 23 novembre 2017

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