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C’è l’aumento dell’Iva. Di nuovo a rischio la seconda rata Imu. Una stangata da 280 euro a famiglia

Se per novembre non sarà trovata la copertura si pagherà la seconda rata. Ma il deficit scenderebbe sotto il 3%

Il conto rischia di costare tre miliardi e 200 milioni. Una stangata da 280 euro a famiglia l’anno se il governo Letta dovesse cadere ora senza essere rapidamente sostituito da un altro nella pienezze dei poteri. Due sono le misure fiscali in bilico: il rinvio dell’aumento Iva e l’abrogazione della seconda rata dell’Imu sulla prima casa. L’aumento Iva è pressoché certo: con la crisi di governo salta il decreto che avrebbe dovuto evitare l’entrata in vigore martedì della legge che prevede l’aumento della terza aliquota dal 21 al 22%.

L’Imu sulla prima casa produce un gettito di 4,4 miliardi l’anno: la prima rata (2,2 miliardi) è stata abolita con un decreto del governo che aveva prima rinviato e poi, a fine agosto, cancellato l’imposta. La soppressione anche della seconda rata, che pure era stata promessa e avviata, non è stata ancora formalizzata. Se entro la fine di novembre non ci sarà un decreto del governo, gli italiani si troveranno costretti a pagare 2,2 miliardi di tasse.

La questione più dirimente è dunque l’aumento Iva. Un rincaro dell’aliquota ordinaria dal 21 al 22% era già stato deciso dal governo Monti e dallo stesso rinviato una volta. Il governo Letta l’aveva rinviato una seconda volta, con scadenza il 1° ottobre 2013 (cioè martedì prossimo). Fino a due giorni fa tutto era pronto per un terzo rinvio, al 1° gennaio 2014. A questo punto a mezzanotte di martedì è pressoché certo lo scoccare del rincaro: cibo, abbigliamento, auto, benzina, bollette, materiali scolastici e via elencando. Se la crisi del governo fa male alle nostre tasche, fa paradossalmente bene ai conti pubblici: l’aumento della terza aliquota Iva vale un miliardo di maggior gettito di qui alla fine dell’anno, 4,2 su base annua. Il decreto Iva – mai varato ma clandestinamente circolato in bozze in tutte le redazioni dei giornali – conteneva inoltre dell’altro, tutte misure destinate a finanziare questa o quella spesa e che ora non vedranno più la luce.

Facciamo alcuni esempi. Saltando l’Iva salta l’incremento di 330 milioni al fondo per la cassa integrazione in deroga (tradotto: un gruppo cassintegrati non prenderanno più il sussidio). Saltano i 20 milioni necessari per assistere i bambini immigrati «non accompagnati» così come i 190 milioni destinati a fronteggiare l’emergenza immigrazione.

C’è poi un’altra norma importantissima per la vita dei comuni che salta: si tratta dell’incremento del fondo di solidarietà che dovrebbe consentire a tanti Comuni – soprattutto i più piccoli – di ripianare i buchi di bilancio lasciati aperti dal mancato introito della prima rata dell’Imu. Con una aggravante: poiché i Comuni non hanno avuto finora certezza delle entrate, l’obbligo di presentare il bilancio entro il 30 giugno era stato spostato al 30 settembre. E dato che chiarezza sui fondi disponibili non c’è ancora, si attendeva con il decreto Iva – una ulteriore proroga al 30 novembre. Ora la proroga salta e alcune centinaia (migliaia?) di comuni si troveranno «ipso facto» fuorilegge.

Un qualche vantaggio ci sarà pure, o no? Il primo è quello che si è detto. Per effetto dell’aumento dell’Iva, del possibile ritorno della seconda rata Imu e delle spese che il governo aveva previsto di finanziare e che ora saltano, i conti pubblici torneranno in ordine. Quegli oltre tre miliardi di gettito non preventivati consentiranno di riportare infatti il rapporto tra deficit e Pil al di sotto del 3% e di avere le risorse per la copertura certa delle missioni militari all’estero da qui a fine anno: si tratta di circa 3-400 milioni.

L’altra buona notizia è per chi macina chilometri con le quattro ruote: l’aumento delle accise sulla benzina (2 centesimi subito e 2,5 da gennaio) che avrebbe dovuto servire a finanziare il rinvio dell’Iva, non sarà più necessario.

La Stampa – 29 settembre 2013 

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