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Chioggia. Molluschi al cadmio da aree vietate, denunciati dieci pescatori

Quando i veterinari dell’Asl 14 hanno trovato tracce di cadmio (un metallo pesante, tossico anche a basse concentrazioni) nei campioni di molluschi prelevati, per le analisi di routine, al mercato ittico, si sono stupiti non poco: i bulli e le cappesante sotto esame, infatti, provenivano da ambiti di pesca del Sandonatese da sempre considerati “puliti”.

Ma quando la vicenda è passata al vaglio dei carabinieri tutto si è chiarito: i molluschi provenivano davvero da zone inquinate, solo che erano quelle vicino a Porto Tolle e i documenti di provenienza dichiaravano il falso.

Sono così finiti nei guai dieci pescatori di Chioggia che, con i loro pescherecci (Nonna Gina, Gionni Alberto, Stella Maris, Salvador I, Carlo Alberto, Leonardo S II, Mariella e Silvano Cococi) avrebbero prelevato i molluschi in acque vietate o internazionali (per le quali la procedura di conferimento al mercato è più complessa, rispetto alle acque nazionali) ma avevano dichiarato di averli pescati in acque consentite.

Nei loro confronti, quindi, l’accusa di frode in commercio e falso in atto pubblico, ma anche quella di procurato allarme, dato che, in conseguenza delle loro certificazioni sulla provenienza del pescato, due ambiti di pesca del sandonatese sono stati interdetti per un mese, causando danni economici anche ad altri pescatori.

Le tracce di cadmio erano state trovate, inizialmente, nei prodotti conferiti dalla Nonna Gina e dal Gionni Alberto, ed è stato su questi pescherecci che si sono appuntate le indagini dei carabinieri a cui era stata segnalata l’anomalia. Con l’aiuto del Crev – Istituto zooprofilattico delle Venezie, di Legnaro, dotato di appositi strumenti, sono stati ricostruiti i tracciati radar dei pescherecci e si è scoperto che, proprio nei giorni di conferimento del prodotto inquinato, quelle barche non pescavano affatto nel Sandonatese, come dichiarato, ma molto più a sud, verso Porto Tolle, dove ci sono le aree interdette, e in acque internazionali. L’indagine si è poi estesa ad altre barche che praticano lo stesso tipo di pesca, con risultati analoghi: area di pesca dichiarata ben diversa da quella effettiva. Il motivo è facilmente intuibile: nelle aree vietate, dove non dovrebbe andare nessuno, è molto più facile trovare prodotto che nelle zone sane in cui pescano tutti.

Diego Degan – La Nuova Venezia – 8 marzo 2013

 

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