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Chiusura piccoli ospedali. Rossi (Toscana): “Ma se si spara nel mucchio anche chi funziona è a rischio”

Parla il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi: “Una spending review lineare sarebbe sbagliata”

Sui piccoli ospedali non si può sparare nel mucchio perché così c’è il rischio di colpire anche quel che serve e funziona». Il governatore toscano, Enrico Rossi, la lista di prescrizione degli ospedaletti con meno di 120 posti letto da chiudere non l’ha vista e nemmeno la vuol vedere. Almeno, non quella parte che riguarda la sua regione, dove, assicura, i piccoli ospedali lavorano in rete con quelli più grandi, fanno buona sanità e servono zone disagiate. Anche se lascia capire che non in tutta Italia è così.

Piccoli ospedali. E’ giusto chiuderli e riconvertirli?

«Se spariamo nel mucchio c’è il rischio di fare una spending review da taglio lineare profondamente sbagliata. Noi in Toscana la razionalizzazione della rete ospedaliera l’abbiamo già fatta, tant’è che avevamo 92 ospedali, sia con più che con meno di 120 posti letto e ora sono soltanto 38. Quelli che dovevamo chiudere li abbiamo già chiusi».

Però ne avete ancora 12 con meno di 120 posti letto o sbaglio?

«I più piccoli rimasti sono quelli situati zone disagiate dove non possiamo togliere quell’unico presidio sanitario».

Ma molti medici ed esperti di gestione sanitaria dicono che sono pericolosi perché i medici vedono pochi pazienti e che non hanno dotazioni adeguate…

«Dipende di cosa parliamo. Ci sono piccoli ospedali che lavorano bene e offrono servizi importanti a chi vive già in zone difficili. Certo, devono avere almeno dei requisiti minimi. Come offrire visite specialistiche e interventi chirurgici programmati, avere una dotazione di diagnostica strumentale di base, e, soprattutto, lavorare in rete con gli ospedali più grandi, come abbiamo fatto nella nostra Regione. Lastre e Tac fatte nei piccoli nosocomi, ad esempio, viaggiano su una rete telematica verso gli ospedali più grandi, dove ci sono le competenze per esaminarle al meglio ma senza far spostare i pazienti».

Può fare qualche esempio di piccolo ospedale che da voi funziona?

«Ad esempio quelli che consentono di fare la dialisi senza costringere i pazienti a spostamenti faticosi. O quelli che offrono in rete assistenza oncologica, dove possiamo somministrare i chemioterapici. Oppure dovremmo dire: “vada in auto anche se ha il voltastomaco a curarsi nell’ospedale provinciale?” No, se qualcuno non si è sforzato a riorganizzare i servizi sul territorio non può poi venire da noi a dire quel che dobbiamo fare. Mi opporrò con tutte le mie forze a qualsiasi intromissione indebita».

Oltre alla questione piccoli ospedali quali altri nodi dovrà affrontare il Patto per la salute tra voi e il Governo?

«Intanto c’è stato un importante impegno del Governo a non tagliare i finanziamenti. E non è poca cosa dopo le manovre pesantissime degli ultimi anni. Sicuramente tra i primi capitoli c’è quello della riorganizzazione della rete ospedaliera. Che però va fatta esaminando ospedale per ospedale, reparto per reparto cosa si fa».

Il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, dice che con il Patto si potranno risparmiare 10 miliardi nei prossimi 5 anni da reinvestire nella sanità. Lo crede possibile?

«Dico che il fondo del barile è già stato raschiato. E lo dico soprattutto a chi fantastica di chi sa quale miliardaria spending review sanitaria da reinvestire altrove con la legge di stabilità. Negli ultimi anni il comparto ha già perso l’8% delle risorse ed è andato giù più di quanto non sia sceso il Pil. Abbiamo la spesa sanitaria più bassa di Gran Bretagna, Francia e Germania, mentre il 30% della popolazione si è impoverita. Vogliamo togliergli anche questa piccola certezza sulle cure? Confido nella saggezza del Ministro Lorenzin e nella sua capacità di sapersi opporre all’idea folle di poter ancora infliggere tagli alla sanità».

La Stampa – 9 dicembre 2013 

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