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Cibo effetto serra. Il peso di agricoltura e allevamenti

Nel dibattito sulle emissioni di gas serra si sottovaluta il peso dell’agricoltura industriale e degli allevamenti.

Un’esasperata organizzazione industriale della produzione di alimenti incide dal 44% al 57% sul totale delle emissioni, con una componente attorno al 16% per la parte vegetale, di oltre il 20% per le carni e del 15% per la quota di trasporto e imballaggio. All’origine di questa distorsione dei cicli naturali ci sono conflitti, assetti sociali e politiche ambientali che, secondo la rappresentazione empedoclea del mondo, tengono jn connessione tra loro cibo, acqua, energia e suolo. Gli stessi movimenti di lotta per il cambiamento e la giustizia sociale che si strutturano ancora settorialmente attorno ai singoli 4 elementi, dovrebbero fare il salto di un rapporto più stretto tra loro e di un’unica narrazione. Oggi c’è un conflitto acuto per la destinazione a usi energetici di terra, acqua e foreste. Si trascura l’implicazione energetica della produzione di cibo, in particolare quello legato all’allevamento. Non esiste al riguardo “narrazione” adeguata. La C02, se le piante e il suolo riescono ad assorbirne più di quella che avrebbero assorbito senza le bioenergie stesse. In alternativa, le bioenergie possono essere prodotte con residui vegetali, che si sarebbero altrimenti decomposti, rilasciando C02. Che il suolo e le piante sequestrino carbonio supplementare per compensare le emissioni della combustione di biomassa, dipende dal tasso di crescita delle piante e dell’assorbimento del carbonio nella biomassa e nel suolo. D’altra parte, l’abbattimento di foreste per produrre energia, sia per bruciare il legno nelle centrali o per sostituire la foreste con colture bioenergetiche, ha l’effetto di rilasciare in atmosfera carbonio che altrimenti sarebbe sequestrato, in modo non molto diverso da quello che si ha con l’estrazione e la combustione di combustibili fossili. Ciò crea un debito di carbonio, può ridurre l’assorbimento di C02, da parte della foresta, e possono quindi aumentare le emissioni nette di gas serra per un periodo di tempo prolungato, incompatibile con gli obiettivi di riduzione indicati per i prossimi decenni. La lezione è che ogni legge o regolamento volto a ridurre le emissioni di gas serra, deve includere una differenziazione delle emissioni da bioenergia in base all’origine della biomassa. Cibo in rivolta La crisi alimentare del 2007-2008 ha rimesso cibo e agricoltura al centro della scena. La fiammata dei prezzi è stata analizzata come evento congiunturale, ma oggi appare come debolezza del sistema di governance globale, che non contrasta le previsioni di prezzi elevati per i generi alimentari e di contemporanea compressione dei redditi dei produttori agricoli. Le distorsioni della filiera, caratterizzata da una crescente concentrazione, il dirottamento della risorsa alimentare verso crescenti utilizzi energetici e verso un’ipertrofica zootecnia industriale, così come i fenomeni speculativi che agiscono a livello finanziario e tramite l’accaparramento di derrate nei periodi di scalata dei listini, contribuiscono a dare un carattere strutturale alla fragilità del sistema agroalimentare. L’offerta – mercantile – di sementi di varietà migliorate, non escluse quelle transgeniche, di pesticidi e fertilizzanti assumerebbe così un carattere umanitario per garantire messi crescenti a un’umanità sempre afflitta da problemi demografici. Vetrina per questa retorica è l’Africa. L’assunto è che se nel 2050 saremo più di 9 miliardi avremo bisogno di molto più cibo che solo una modernizzazione dell’apparato produttivo può garantire. Vittime predestinate di questo approccio sono i produttori di cibo, pre-moderni, e il contributo che il lavoro e il presidio sul territorio rurale offrono, rimpiazzati da tecnologie, capitali ed energia fossile. L’interconnessione delle molteplici crisi che emergono in questi anni – ambientale, climatica, economica, sociale, occupazionale, oltre che alimentare – rendono piuttosto evidente come una produzione di piccola scala, diffusa, inclusiva, ecologica, presenti soluzioni e ammortizzatori per molte di tali tensioni. Un miliardo e trecento milioni di produttori di cibo non possono più essere visti come bacino di manodopera di sostituzione per l’industria o retaggio di un passato, ma come la componente chiave di un rilancio dell’attività agropastorale capace di leggere e curare il caos climatico, di gestire e valorizzare le risorse naturali, di alimentare i mercati interni accorciando e ricontestualizzando anche culturalmente le dinamiche di consumo alimentare. Il consumo energetico Le componenti dell’agricoltura industriale moderna più energivore sono la produzione di concimi chimici azotati, le macchine agricole e l’irrigazione artificiale con pompe a motore. Rappresentano più del 90% di tutta l’energia consumata dall’agricoltura e ne costituiscono gli elementi essenziali. Le emissioni di anidride carbonica provenienti dall’uso di combustibili fossili per fini agricoli in Inghilterra e in Germania toccano rispettivamente 46 e 53 chilogrammi l’ettaro, mentre sono solo 7 chili, cioè sette volte di meno, nei sistemi agricoli non meccanizzati. La produzione di cereali e legumi con l’agricoltura moderna richiede da 6 a 10 volte più energia che coi metodi agricoli durevoli. Si può ribattere che adottare fonti di energia rinnovabili permetterebbe di evitare il consumo di energia per proteggere il clima. Dobbiamo sviluppare un sistema agricolo che non provochi danni al clima e sia in grado di contribuire a ricostruire la fertilità del suolo. E in ciò i piccoli agricoltori sono degli ammirevoli amministratori delle loro risorse di terra, capitale, fertilizzanti e acqua. Che piaccia o no, l’agricoltura industriale moderna è destinata a scomparire. Si dimostra sempre meno efficiente. Infatti, i concimi chimici hanno rendimenti decrescenti. Nel 2009 la produzione mondiale di grano è diminuita per il secondo anno di seguito, scendendo a 589 milioni di tonnellate, cioè il 2% in meno rispetto al 2008. Un’altra ragione per la quale l’agricoltura industriale è destinata a sparire è la sua vulnerabilità agli aumenti del prezzo del petrolio. L’agricoltura senza petrolio è la soluzione ai problemi della fame. La produzione di carne è responsabile da sola del 18% delle emissioni globali di gas. Sappiamo tutti quanto il fumo passivo delle sigarette sia dannoso per la salute, ma per quanto concerne l’impatto ambientale del fumo emesso durante la cottura della carne nei fast-food fino a oggi non si sapeva ancora molto. Deborah Gross ha lavorato sulla misurazione e sulla comparazione delle particelle solide e liquide emesse durante la cottura dei cibi più diversi con apparecchi commerciali quali forni, piastre e girarrosto. Nel corso di queste prove e della messa a confronto dei vari apparecchi per cuocere la carne e i cibi, gli studiosi hanno scoperto che i cibi grassi cotti ad alte temperature sono quelli che producono il più alto livello di emissioni. Queste pietanze sono tra i più grandi autori di reati ai danni dell’ambiente, e includono gli hamburger e il pollo fritto: ogni 1.000 libbre di hamburger cotti si producono ben 25 chili di emissioni. Ogni hamburger equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti e a 75 chili di C0 *UnaltraLombardia grano e soia usate per dar da mangiare alla nostra bistecca. E non dimentichiamo che 840 milioni di persone nel Mondo hanno fame e 9 milioni ne hanno tanta da morirne. Il 70% di cereali, soia e semi prodotti ogni anno negli USA serve a sfamare animali. Non uomini. Mangiare meno carne o non mangiarne affatto, non è più solo un segno di rispetto per gli animali. Dal 1960 a oggi, oltre un quarto delle foreste del Centro America è stato abbattuto per far posto a pascoli; in Costa Rica i latifondisti hanno abbattuto l’80% della foresta tropicale e in Brasile c’è voluto l’omicidio di Chico Mendes per sollevare attenzione al problema. In Amazzonia la foresta pluviale è stata fagocitata da 15 milioni di ettari di pascolo. Quasi la metà dell’acqua dolce consumata negli States è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame. È stato calcolato che un chilo di manzo “beve” 3.200 litri d’acqua. Ogni anno gli animali da allevamento consumano 5 mila tonnellate di antibiotici di cui 1.500 per favorirne la crescita. E tutti vanno a finire nelle falde acquifere. . Ma pensiamo anche alle tonnellate di Mucche come traffico Nel bacino del Po ogni anno vengono riversate 190 mila tonnellate di deiezioni animali. Contengono metalli pesanti, antibiotici e ormoni. Un allevamento medio produce 200 tonnellate di sterco al giorno e i bovini sono responsabili dell’effetto serra tanto quanto il traffico veicolare. È la stessa FAO a fornire un elenco dei problemi causati dagli allevamenti intensivi: riduzione della biodiversità, erosione del terreno, effetto serra, contaminazione delle acque e dei terreni, piogge acide a causa delle emissioni di ammoniaca. Solo un centesimo dell’energia immessa nella carne cotta arriva al nostro organismo: il 99% viene dissipata. Il bestiame è dunque una fonte di alimentazione idrovora ed energivora, una massa bovina che ingurgita tonnellate di acqua ed energia. E lo fa per nutrire solo il 20% della popolazione del Pianeta. La domanda di carne sta comunque crescendo. Paesi come la Cina stanno abbandonando riso e soia a favore di abitudini occidentali. Il manzo globale sta diventando una realtà. Si chiama rivoluzione zootecnica: significa spostare nel Sud del Mondo la produzione di carne. La maggioranza dei cittadini europei è sensibile alla questione ambientale ed è preoccupata per l’impatto sull’ecosistema dei prodotti. Secondo una recente indagine di Eurobarometro, infatti, il 63% degli europei pensa che il cambiamento del clima dovuto all’inquinamento sia un problema serio, anche in fatto di cibo. Nasce la moda degli acquisti di prodotti del territorio, cosiddetti “a chilomentro zero”. Meno chilometri si percorrono per il trasporto, meno si inquina. Vero, ma questo aspetto incide in piccola parte sulla capacità inquinante della produzione di un alimento: circa il 10%. La maggior parte delle emissioni di C0 dovute all’uso di fertilizzanti, di gasolio per il funzionamento delle macchine agricole, di energia per gli stabilimenti e così via. Il tema è complesso e non basta ridurlo a un semplice slogan. Per dare ai consumatori gli strumenti per attuare scelte veramente ecologiche servono serie campagne di informazione. Coldiretti stima che consumando prodotti locali e di stagione e facendo attenzione agli imballaggi, una famiglia può risparmiare fino a 1.000 chili di anidride carbonica l’anno poiché, per esempio, per trasportare con l’aereo a Roma un chilo di mele dal Cile per una distanza di 13mila km si liberano 18,3 kg di C0 mentre per un kg di kiwi dalla Nuova Zelanda nel viaggio di 18mila chilometri si emettono 24,7 kg di C0 7,9 chili di petrolio e, infine, per gli arrivi di ogni kg di limoni dall’Argentina si producono 16,2 kg di C0 5,4 chili di petrolio. Favorire nelle città l’apertura di mercati gestiti dagli imprenditori agricoli delle campagne, i cosiddetti Farmers Market, risponde alla crescente domanda dei consumatori di combattere la moltiplicazione dei prezzi, di assicurarsi prodotti di qualità e di limitare l’inquinamento ambientale. • Pubblichiamo questo testo che l’autore ha cortesemente trasformato in articolo: si tratta di una relazione che lo stesso ha tenuto lo scorso 6 novembre al convegno “Cibo e sostenibilità ambientale” svoltosi a Milano. Per chi fosse interessato all’argomento www.cibosostenibile.it

fonte: Qual Energia – 2/03/2011

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