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Cina. Dai pipistrelli ai serpenti, messo al bando il cibo selvaggio. Rivolta social, bloccata la vendita delle specie che possono trasmettere il contagio

La Repubblica. «Se dà la schiena al cielo, è per l’uomo da mangiare», recita l’adagio mandarino. Ma quale animale, che voli, zampetti o strisci, non dà la schiena al cielo? Ecco il problema: che in Cina, in particolare a Sud, si mangia davvero di tutto. Non solo vitelli, maiali o polli, specie universalmente classificate come cibo, e di conseguenza controllate, ma anche serpenti, tartarughe, roditori, tassi, pipistrelli e perfino cuccioli di lupo. Un menù di selvaggina, legale o di contrabbando, che viene offerto ogni giorno, vivo, nei mercati del Dragone, a clienti un po’ vecchio stampo convinti di trarne magiche proprietà curative o desiderosi di mostrare la propria ricchezza. Che sia un serpente, un tasso, o il simpatico carnivoro chiamato civetta delle palme, il coronavirus sembra essere passato all’uomo da una di quelle specie selvatiche, arrivate oltre la distanza di sicurezza con la civiltà, dentro il mercato di Wuhan. E a far infuriare ancora di più la parte di Cina che non apprezza, a giudicare dai milioni di persone che in queste ore postano sui social #noallaselvaggina, è il fatto che la Sars aveva avuto esattamente la stessa origine. Come se il Dragone e il suo governo non imparassero dai propri errori.

Più gli animali selvatici vengono a contatto con l’uomo, più i virus possono fare il salto: stavolta lo avranno capito? Il ministero dell’Agricoltura con una circolare vieta su tutto il territorio del Dragone il commercio e la vendita di selvaggina. Eppure anche in questo caso, come all’epoca della Sars, il bando è fissato solo «fino alla fine dell’epidemia».
Ci sono fattori sia culturali che economici che spiegano la passione della Cina per le pietanze rare, e quindi l’esitazione del Partito comunista nell’usare il pugno di ferro. Qui non esistono tabù religiosi sugli alimenti e la medicina tradizionale attribuisce a molte specie selvatiche proprietà ringiovanenti, curative o stimolanti. Così in molte regioni povere e remote commerciarle è una fonte di reddito preziosa. La legge consente addirittura di allevarne ben 54, tra cui i ratti del bambù, gli scoiattoli e i millepiedi. Rispetto all’industria alimentare tradizionale, i controlli sono molto più laschi e difficili, anche se un’ispezione dello scorso settembre al mercato di Wuhan non ha riscontrato violazioni. Perfino su Taobao, il negozio digitale di Alibaba, fino a ieri si potevano trovare cuccioli di tasso a 150 euro e zibelli a poco più, ma con lo sconto per chi ne comprava un paio. Qualche giorno fa, in piena emergenza, una signora ha postato un video mentre mangia pipistrello, portatore sano di malattie per eccellenza.
Eppure stavolta l’ondata di sdegno sembra enorme. Su Weibo, versione locale di Twitter, in molti accusano i consumatori di selvaggina di ignoranza o esibizionismo. E la tv di Stato ci va pure più pesante, inchiodando alle responsabilità «certa gente lì fuori che per cupidigia ha raccolto un frutto maligno, facendo pagare a una città, a un Paese e all’intera razza umana un prezzo così alto». Forse basterà per convincere il governo a bandire una volta per tutte i mercati di bestie selvatiche. Forse, almeno, per spingerlo a introdurre regole e controlli più stringenti.

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