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Cisl e nuovo welfare: «All’Azienda Zero le risorse che arrivano dagli integrativi». Rota: «In tutti gli accordi convenzioni con i privati, ora la sanità pubblica può entrare in gioco»

La sanità pubblica del Veneto offre un servizio ritenuto tra i migliori in Italia eppure tutte le risorse che giungono dagli accordi di welfare, collegati ai contratti integrativi delle aziende regionali per la salute dei lavoratori e delle loro famiglie, sono assorbite da una galassia di cliniche, ambulatori e studi specialistici privati o convenzionati.

Però, ora che esiste un’Azienda Zero della sanità pubblica e, dunque, un interlocutore unico attraverso il quale interfacciarsi con tutte le Usl del territorio, perché anche il sistema regionale non si propone come un fornitore privilegiato verso i fondi sanitari alimentati dai dipendenti e dalle loro aziende? È la riflessione di Onofrio Rota, segretario generale della Cisl del Veneto, all’interno di un ragionamento più ampio che abbraccia un possibile salto di qualità di tutto il welfare regionale e che ci si aspetta venga fluidificato dalla recentissima legge regionale approvata lo scorso 18 luglio in tema di «Interventi per lo sviluppo della previdenza complementare e del welfare integrato del Veneto.

Segretario, che significato ha questo provvedimento?

«In Veneto abbiamo l’eccezionale opportunità di dimostrare che le parti sociali sono già in grado di applicare le deleghe previste dall’art.116 della Costituzione e che dovrebbero essere ribadite con il referendum sull’autonomia del prossimo 22 ottobre. Fra queste ci sono welfare e lavoro, sarebbe importante avviare una discussione ad ampio raggio su come vogliamo impostare il tema».

Veniamo alla sanità, che riguarda da vicino tutti. Cosa si potrebbe fare, referendum o no?

«Facciamo un esempio. Un lavoratore ha bisogno di una visita specialistica e oggi, grazie agli accordi ormai diffusi sottoscritti dagli Enti bilaterali, può sfruttare un fondo sanitario integrativo, alimentato cioè da parte della propria retribuzione. Il quale gli segnala i centri convenzionati per ottenere quella prestazione nel minore tempo possibile. E sono tutte strutture private».

Perché con le Usl questo sistema non funziona?

«Fino al 31 dicembre scorso ne avevamo 21, era impossibile fare accordi con ognuna. Ora sono 9 ma la vera novità è l’Azienda Zero, che le coordina tutte. Perciò sarebbe molto più semplice proporre ai Fondi welfare un menu di servizi come fanno gli operatori privati».

Così i soldi dei veneti andrebbero a finire nella sanità veneta. Ma che peso economico potrebbe avere una scelta di questo tipo?

«Per avere un’idea: se “Sani in Veneto”, il Fondo dell’artigianato, si rivolgesse alla sanità pubblica, avremmo qualcosa come 100 mila potenziali utenti convenzionati».

Si può supporre che scatterebbe una controffensiva da parte privata…

«Sia chiaro che la sanità privata non è affatto da demonizzare. Anzi, spesso sono state le Usl stesse a convenzionarsi con essa per poter dare risposte celeri alla domanda di esami diagnostici. Ma sto parlando di un percorso importante se vogliamo disinnescare una possibile bomba sociale fra 20 o 30 anni».

Quale bomba?

«Se il modello non cambia, solo chi avrà un lavoro stabile e da dipendente potrà sfruttare l’offerta della sanità privata, diventata nel frattempo sempre più moderna e potente. Gli altri si dovranno “‘accontentare” del sistema pubblico, probabilmente non alimentato da così grandi finanze. Il rischio-limite è di amministrare la salute dei cittadini secondo uno scenario americano, con i più fortunati dentro i migliori ospedali e i precari esclusi da cure all’altezza».

Torniamo a una visione ideale di welfare come equilibrio di offerta pubblica e privata.

«Una ripartizione è sempre un buon modello, anche per stimolare entrambe le parti a far meglio».

Lei parlava di altri aspetti del welfare nel quale il Veneto deve individuare una propria rotta. Un altro esempio?

«Anziani che non riescono ad andare in pensione e giovani che non possono entrare al loro posto. Io penso a una forma di anticipazione della pensione finanziata da una addizionale regionale. Per la Pedemontana c’è stato il coraggio di proporla, anche se poi è rientrata. Sarebbero soldi nostri per i nostri giovani e per il futuro delle nostre aziende. Non mi pare scandaloso».

Il Corriere del Veneto – 15 agosto 2017

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