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Col nuovo Catasto tasse più alte. Rendite in aumento. Pagherà meno chi ha abitazioni di nuova costruzione o in periferia. I Comuni dovranno rimodulare le aliquote Tasi

Paolo Russo. Addio vecchie A1, A2 o A3, le categorie che nei rogiti ancora classificano le nostre case come «signorili», «civili» o «economiche». Le abitazioni degli italiani rientreranno tutte in una lettera, la «O» di ordinarie, che terrà conto, anziché dei vani, di metri quadri e di tutte quelle caratteristiche, come piano, ascensore, balconi e quant’altro determina il loro valore commerciale. Nella lettera «S» di «speciali» rientreranno tutti gli immobili pubblici e quelli a uso commerciale. Continueranno ad essere esentasse i luoghi di culto.

Il decreto legislativo destinato a rivoluzionare catasto e tassazione sulle case è sul tavolo del governo, che dopo una girandola di rinvii dovrebbe dare forse oggi, più probabilmente martedì, il via libera all’operazione. L’Agenzia delle entrate inizierà così ad esaminare uno a uno gli oltre 60 milioni di immobili assegnando loro valori molto più simili a quelli di mercato, che entreranno poi in vigore nel 2019.

Il rischio salasso

Il decreto promette che alla fine sarà assicurata l’invarianza di gettito, ma se qualcuno pagherà meno altri sono a rischio salasso. Secondo i geometri fiscalisti dell’Agefis per molte abitazioni di periferia o di nuova costruzione classificate oggi come di tipo economico (A3) o civile (A2) alla fine si pagherà meno, visto che spesso si tratta di abitazioni di modesta metratura ma divise in molti vani. Tremeranno invece i polsi di chi possiede case nei pregiati centri storici, ma classificate come popolari o ultrapopolari, o dei proprietari dei rustici trasformati in ville. La Uil Servizio politiche territoriali stima che i 4,6 milioni di immobili classificati nelle più modeste categorie A4 e A5 potrebbero vedere quadruplicate le proprie rendite catastali. Per gli altri immobili il valore medio sarebbe di 168mila euro, il doppio di quello attuale. Non per questo raddoppieranno anche Imu e Tasi, visto che spetterà ai Comuni rimodulare le aliquote e che, come dice il decreto, la revisione «dovrà assicurare la sostanziale invarianza del gettito».

Le città con più aumenti

Le stime dei nuovi valori catastali nelle principali città le ha fatte l’Agefis, che ha basato i sui calcoli sulla superficie media di ogni singolo capoluogo. I maggiori aumenti si verificherebbero per le abitazioni di tipo civile, oggi classificate A2, di Milano (+ 310% sia in zona periferica che centrale), Napoli (+223% anche qui in entrambe le due zone), Roma (+ 222% in zona semi centrale e più 163 altrove), mentre l’aumento più contenuto sarebbe a Torino (+51% in centro e periferia, solo + 24 in zona semi centrale). Per le abitazioni di tipo economico il boom sarebbe in centro a Milano (+379%), Venezia (+329%) e Napoli (+246%). Lievi aumenti in periferia a Torino (+16%). In zona semicentrale le rendite salirebbero del 29%, mentre in centro raddoppierebbero.

La Local tax

Se le aliquote Tasi restassero al due per mille con i nuovi valori catastali un appartamento semi centrale di 120 metri quadri a Torino pagherebbe 535 euro contro gli attuali 433. Ma saranno i sindaci a decidere come rimodulare le aliquote di quella che in futuro si chiamerà Local tax. Le previsioni si basano sulle decine di pagine fitte di tabelle e algoritmi allegate al decreto, che disegnano in questo modo il catasto che sarà. Prima di tutto si calcolerà il valore a metro quadro sulla base delle rilevazioni periodiche Omi, l’osservatorio del mercato immobiliare. In assenza di queste si terrà conto dei valori delle compravendite degli ultimi 3-4 anni o dei prezzi d’offerta delle principali agenzie immobiliari. A questo valore medio si applicheranno algoritmi che devono tener conto di cose come affaccio, piano, ascensore, balconi, doppi servizi e quant’altro determini il maggior valore dell’immobile. Sul dato finale si applicherà infine una riduzione del 30% ed ecco il nuovo valore catastale. Destinato a turbare il sonno a più di un proprietario.

La Stampa – 20 giugno 2015 

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