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Commissione politiche Ue alla Camera. L’occasione persa dalla politica per vietare la caccia che usa uccelli vivi come richiami

La commissione Politiche Ue della Camera ha respinto, col parere negativo di governo e relatore e il voto determinante di Pd e Lega, un emendamento all’articolo 15 della Legge comunitaria presentato dai 5 Stelle e appoggiato da Sel e parte di Forza Italia, per eliminare la caccia che usa uccelli vivi come richiami. «Scelta grave e imbarazzante, che mantiene le sofferenze di migliaia di uccelli ed è l’anticamera per una procedura d’infrazione europea», dicono le sigle animaliste. «Una pagina nera», commenta Michela Vittoria Brambilla (Fi). Esulta la Lega: «Sarebbe stato devastante per il mondo venatorio. Tutelata l’identità di una caccia che ha oltre cinque secoli».

Ci sono alcune scelte politiche che danno la misura della civiltà di un Paese e l’Italia, votando contro l’uso di richiami vivi nella caccia, ha perso un’occasione. Un voto che, pur con qualche inghippo amministrativo in più, di fatto mantiene viva una tradizione barbara e crudele che si fonda su un’inaudita e gratuita sofferenza di animali con l’unico scopo di poterli usare come richiamo in attività venatorie che ancora, vergognosamente, vengono praticate in otto regioni del nostro Paese.

Un voto di inciviltà politica che offusca quell’immagine di Paese che cambia, per la quale questo governo ci sembrava si stesse seriamente adoperando. Di fatto, con una nota del febbraio scorso, la Commissione europea aveva già avviato una procedura di infrazione contro l’Italia sull’uso dei richiami vivi nella caccia e il voto ora espresso non è certamente la risposta che ci si attendeva.

Un voto anche di ignoranza scientifica, perché la ricerca internazionale da tempo ha documentato che stress ed emotività che si ritenevano appartenere soltanto a poche specie sono parte anche della sfera emotiva di molte altre, sino a toccare anche gli invertebrati. Dolore e sofferenza sono realtà che vanno dunque ben al di là della nostra specie. Ma anche senza il supporto della scienza, penso sia facile immaginare in che stato vengono ridotti le migliaia di esemplari di uccelli selvatici di diverse specie, catturati, rinchiusi, sottoposti a trattamenti ormonali per indurne il canto fuori stagione. O anche mantenendoli al buio nel periodo primaverile-estivo e ridando poi la luce all’inizio dell’autunno. I poveretti iniziano così a cantare fuori stagione ed è proprio quel canto a ingannare, attirandoli, i loro ingenui compagni. E dopo aver fatto il loro illusorio richiamo semmai anche fossero liberi in natura, non sarebbero in grado di volare, di procurarsi il cibo, di sfuggire ai predatori. La loro sorte sarebbe segnata.

Tutto ciò ha un solo nome: maltrattamento. La Lipu (Lega italiana per la protezione degli uccelli) ci informa che sono sette le specie usate come richiamo: merli, colombacci, storni, pavoncelle, allodole, cesene, tordo bottaccio e tordo sassello. Sono stimati essere mediamente 50.000 i piccoli uccelli migratori ufficialmente catturati ogni anno. A questi si aggiungono quelli allevati allo scopo. La cattura avviene tramite reti posizionate nei pressi di valichi montani dove avviene il passo migratorio. Una volta catturati, gli uccelli sono posti in sacchi e trasferiti nei luoghi dove saranno ceduti ai cacciatori, per cominciare così l’orribile detenzione. Gabbie minuscole, pessime condizioni generali ma accurata applicazione di quei fattori determinanti la soppressione della naturale fisiologia e del normale comportamento, creando così inconsapevoli maestri di inganno.

Infine un voto di inciviltà culturale perché stiamo trasmettendo alle nuove generazioni non soltanto qualcosa di culturalmente sbagliato, ma anche di inutile e anacronistico. Perché questa pratica è davvero fuori da ogni logica attuale e — ne sono convinto — in breve tempo sarà definitivamente bandita. Stanno arrivando nuove generazioni, quelle che negli anni passati abbiamo formato sui temi della sostenibilità e dell’etica ambientale. E non solo, c’è tanta gente ormai che ha acquisito una nuova consapevolezza sulla conservazione della natura. Non tarderà dunque l’Italia a dare la risposta attesa all’Europa. Volendo, già il Senato potrebbe esprimersi diversamente.

Il Corriere della Sera – 12 giugno 2014 

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