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Con i requisiti della riforma pre-Fornero cessazioni d’obbligo nella Pa solo a 65 anni di età. Pensioni: ecco gli ultimi giri di vite

pensione-marka-258I dipendenti pubblici che hanno centrato uno dei parametri previdenziali pre-riforma Fornero entro la fine del 2011 sono obbligatoriamente soggetti al vecchio regime, ma non sono obbligati a sfruttarli se non hanno raggiunto i 65 anni di età. Anzi, nello Stato e negli enti pubblici non economici (Inps, Aci, Istat e così via), possono anche dirsi disponibili a rimanere in campo fino a 67 anni, sempre che l’amministrazione di appartenenza lo richieda in virtù della loro «particolare esperienza professionale». A fare il punto sulle regole previdenziali è una nota (protocollata come Dfp 0006295) diffusa ieri dalla Funzione pubblica, che chiarisce gli effetti dell’incrocio fra la clausola di salvaguardia introdotta dalla riforma Fornero per chi avesse raggiunto i vecchi requisiti entro il 2011 e gli obblighi di pensionamento nella Pubblica amministrazione.

Sul tema era intervenuto il decreto «pubblico impiego» (Dl 101/2013, articolo 2, comma 4), che con una norma interpretativa aveva chiarito l’obbligatorietà di applicare i requisiti pre-Fornero ai dipendenti che li avessero raggiunti entro il 31 dicembre 2011. Questo obbligo, spiega però la nota di Palazzo Vidoni, non si traduce in un pensionamento automatico.

I parametri pre-riforma consentivano infatti il pensionamento al raggiungimento di quota 96 (nella somma di età anagrafica e anzianità contributiva) e, per le donne, all’arrivo dei 61 anni con almeno un ventennio di contributi versati. In entrambi i casi, quindi, i requisiti possono essere stati raggiunti da dipendenti con un’età inferiore ai 65 anni, ma prima di quella data il pensionamento non è automatico. Il dipendente può presentare richiesta di essere messo a riposo, e la Pubblica amministrazione è tenuta ad accoglierla, ma quando la richiesta non arriva la cessazione obbligatoria del rapporto di lavoro scatta a 65 anni: tranne, come accennato, nei casi in cui è possibile il biennio aggiuntivo (16 del Dlgs 503/1992), che può essere applicato se il dipendente dichiara la propria disponibilità e l’amministrazione intende sfruttarla. (Il Sole 24 Ore – 4 febbraio 2014)

Pensioni. Età e scala mobile: ecco gli ultimi giri di vite. Vecchiaia più lontana. Inseguimento difficile al carovita

Non poteva mancare il «pacchetto previdenza» nella legge di stabilità 2014. Del resto negli ultimi quindici anni ogni legge Finanziaria (così si chiamava prima) si è occupata di questa materia e quasi sempre con drastici giri di vite. Nonostante la grande riforma Fornero che ha appena compiuto 2 anni. Insomma, non butta bene per i pensionati, né tanto meno per i prossimi pensionati, chi si ritira dal lavoro quest’anno. Vediamo di fare il punto della situazione, esaminando le novità che ci riserverà questo 2014.

Vecchiaia

Il traguardo delle donne è sempre più lontano. Se fino al 2013 alle dipendenti erano richiesti 62 anni e tre mesi, dal 2014 il requisito è salito a 63 anni e 9 mesi nel 2014. Per le lavoratrici autonome (commercianti, artigiane e coltivatrici dirette) si passa da 63 anni e 6 mesi a 64 e 9 mesi.

Anzianità

Il limite contributivo viene elevato dal 2014 di un mese: sono richiesti 42 anni e mezzo di contribuzione per gli uomini e 41 e 6 mesi per le donne. Ma se si chiede la pensione anticipata prima di aver compiuto i 62 anni di età, l’assegno viene corrisposto, per la quota retributiva (per l’anzianità maturata sino a tutto il 2011), con una riduzione pari all’1% per ogni anno di anticipo; percentuale che sale al 2%, per ogni anno di anticipo che supera i due anni.

Indicizzazione

Dopo il blocco di due anni voluto dalla riforma Monti-Fornero, con l’anno nuovo è tornato in campo l’adeguamento al costo della vita per le pensioni superiori a 1.486 euro lordi al mese (3 volte il minimo), un ritorno in forma limitata che non va oltre i 2.973 euro lordi (6 volte il minimo). Insomma aumenti magri, anche perché nel 2013 il tasso d’inflazione è stato relativamente basso. Con la legge di Stabilità 2014, fermo restando l’adeguamento al 100% per le pensioni fino a 3 volte il minimo, si scende al 95% per i trattamenti fra 3 e 4 volte; al 75% per gli importi compresi fra 4 e 5 volte; e al 50% per quelli superiori a 6 volte. Alle rendite superiori a questo limite viene offerto un piccolo contentino di 15 euro introdotto all’ultima ora per evitare una pronuncia di incostituzionalità. Attenzione. Il nuovo meccanismo di rivalutazione non avviene più a scaglioni come prima. Questo significa che le riduzioni, quando previste, riguardano l’intero assegno e non solo la parte eccedente la soglia garantita.

Tradotto in cifre, l’aumento di gennaio 2014 è stato così articolato: più 1,2% (100% dell’indice Istat) sulle pensioni d’importo mensile sino a 3 volte il minimo di dicembre 2013 (fino a 1.487 euro); più 1,14% (95% dell’indice) per quelle d’importo mensile compreso tra 3 e 4 volte il minimo (da 1.487 a 1.982 euro); più 0,90% (75% dell’indice) per quelle d’importo mensile compreso tra 4 e 5 volte il minimo (da 1.982 a 2.478 euro); più 0,60% (50% dell’indice) per quelle d’importo mensile compreso tra 5 e 6 volte (da 2.478 a 2.973 euro). Poi, a partire da 6 volte il minimo (2.973 euro al mese) scatta un altro tipo di decurtazione: l’incremento è limitato al 40%, (ossia un aumento dello 0,48%, il 40% appunto dell’1,2), ma si applica solo alla quota di pensione che non supera questa soglia. Di fatto, l’aumento viene cristallizzato a poco meno di 15 euro al mese. Non dobbiamo dimenticare che tutti gli importi sono al lordo dell’Irpef. (Corriere Economia – 3 febbraio 2014)

4 febbraio 2014  

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