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Con il retributivo 9 assegni su 10. Ma valgono meno di 1.000 euro al mese. Impossibile un ricalcolo per tutti, nel mirino pensioni d’oro e fondi speciali

Alessandro Barbera. Lo slogan suona bene: «Contributivo per tutti». Sarebbe la fine della saga dantesca che nell’immaginario collettivo divide il destino dei pensionati: il paradiso di chi riceve un trattamento interamente retributivo, il purgatorio del sistema misto, il girone infernale – chiamiamolo così – di chi ha o avrà un assegno calcolato solo con il contributivo.

Il ministro Poletti dice che è una delle «cento ipotesi» a cui lavora il governo. Ma è possibile una simile rivoluzione? E si può dividere l’universo dei pensionati in eletti e negletti?

Fornero e Dini

Alzando i requisiti minimi per la pensione, la riforma Fornero ha messo i conti in sicurezza. Basti dire che di qui al 2020 si risparmieranno ottanta miliardi di euro. Ma nonostante siano passati quasi vent’anni dalla riforma precedente – quella del governo Dini – ancora l’88 per cento delle pensioni (12,4 milioni su 14) sono calcolate con il retributivo, l’8,6 per cento con il sistema misto, appena il 2,87 per cento (402mila) con il contributivo.

Mille euro al mese

Quella riforma ha infatti previsto che solo dal 1996 si inizi a calcolare la pensione sulla base di quanto effettivamente versato. A chi a quella data aveva più di 18 anni di anzianità (essenzialmente i nati fra il ’50 e il ’62) avrà (o ha) una pensione calcolata solo con il retributivo, chi ne aveva meno può o potrà contare un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Guardando l’importo medio mensile delle pensioni erogate al primo gennaio 2015, quasi non si nota la differenza: 916 euro sul totale degli assegni, 943 se solo retributive. Questo lo si deve al fatto che fra le pensioni retributive vi sono decine di migliaia dall’importo bassissimo (quelle dei coltivatori diretti una volta venivano concesse anche senza aver versato alcun contributo) e quelle dei baby pensionati, ai quali è stato concesso di uscire dal lavoro anche con 15 anni di contributi. Solo queste ultime costano alle casse dello Stato nove miliardi di euro l’anno.

I costi del sistema

Il peso del sistema retributivo sul totale della spesa pensionistica del settore privato vale 46 miliardi di euro su 187. Impossibile invece una stima dell’impatto sulle pensioni pubbliche, che costano altri 90 miliardi di euro l’anno. Spiega Giuliano Cazzola: «L’Inps ha una banca dati dal 1974, mentre nel pubblico impiego in teoria – sottolineo in teoria – hanno iniziato l’informatizzazione nel 1996». A meno di non escludere gli statali, basterebbe questa ragione a rendere improbabile la possibilità di ricalcolare tutte le pensioni su base contributiva. All’Inps, dove stanno studiando una ipotesi di uscita flessibile, sarebbero in grado quantomeno di calcolare una penalizzazione che tolga di più a chi ha una parte di pensione retributiva.

I privilegiati

Secondo i calcoli dell’Inps, un calcolo del genere permetterebbe di uscire a 60 o 62 anni (invece dei 67 ormai previsti dalla legge Fornero) con il taglio di un quarto dell’assegno. Ma è ipotizzabile una penalizzazione del genere per pensioni che valgono in moltissimi casi meno di mille euro? Più probabile che a finire nel mirino del governo finiscano le pensioni oltre un certo livello (si ipotizza tremila euro) o che hanno diritto a trattamenti generosi. Nella «operazione trasparenza» lanciata dall’Inps sono finiti i cosiddetti «fondi speciali», le categorie che ricevono assegni molto più alti dei contributi versati e fra le quali si contano alcuni dei più noti pensionati d’oro del Belpaese. Sul sito dell’ente sono finiti finora il Fondo degli ex dirigenti industriali, del trasporto aereo, degli ex dipendenti di Ferrovie, Sip ed Enel. Il 96 per cento dei ferrovieri riceve più di quanto ha versato, fra ex telefonici ed elettrici si sale al 99 per cento.

La Stampa – 22 maggio 2015 

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