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Confindustria. «L’accordo tra Usa e Ue è strategico per l’export. E con il made in per le nostre aziende un volano di crescita»

Arrivare ad un primo risultato entro il semestre di presidenza italiano della Ue. E cioè prima della fine dell’anno. «Per il nostro made in Italy, per le nostre aziende che sono molto orientate all’export l’accordo di libero scambio Usa-Ue è un’occasione preziosa di crescita». Ma non solo l’Italia: tutta l’Europa beneficerebbe dell’intesa e «sarebbe più a portata di mano l’obiettivo di arrivare ad una quota del 20% del pil Ue generato dal settore manifatturiero, come previsto dall’industrial compact europeo».

Licia Mattioli è da pochi mesi presidente del Comitato tecnico per l’internazionalizzazione di Confindustria. Ma già come imprenditrice del settore dei gioielli conosce da tempo il mercato americano ed è consapevole delle prospettive che si apriranno. «Per questo puntiamo sulla forte spinta della presidenza italiana Ue».

L’intesa è molto complessa, non tanto per i dazi quanto per le barriere non tariffarie: quale soluzione si sta prospettando?

L’intenzione è arrivare ad un primo step del trattato per novembre di quest’anno: portare i dazi a zero e stabilire una convergenza su regolazione, certificazione, e-procurement e su sei settori tra cui chimica, cosmetica e automotive.

Uniformare la regolazione si è rivelato l’ostacolo maggiore: è necessario cambiare le normative oppure si può trovare un incontro a metà strada?

Modificare le legislazioni è un lavoro molto lungo ed estremamente complicato. Si sta lavorando per andare oltre e cioè arrivare ad un mutuo riconoscimento adottando standard comuni. È importante evitare nel frattempo l’adozione di nuove barriere.

Ci sono settori dove regolamentazioni e dazi pesano di più?

Sulle regolamentazioni il pensiero va immediatamente all’alimentare o al farmaceutico, ma anche il tessile ha vincoli molto forti. O l’automotive. Sono i numeri sulle potenzialità di crescita dell’export e del pil che danno la misura di quanto i rapporti economici siano penalizzati. Sui dazi, le percentuali non sono alte, vi sono tuttavia picchi che vanno ancora oltre il 20% come nel caso delle calzature. Maaccade per esempio che si debbano pagare anche sulla materia prima, trasformandosi per le aziende in un doppio aggravio. In alcuni casi ci sono dazi anche per le operazioni intra company.

Quali sono le stime di crescita potenziale dopo l’accordo?

Le esportazioni italiane potrebbero crescere di 2 miliardi di euro nei tre anni successivi all’applicazione dell’accordo con un incremento sul Pil di 5,6 miliardi di euro e di conseguenza anche sui posti di lavoro che potrebbero aumentare fino a 30.000 unità. Tali effetti positivi andrebbero ad incidere sull’interscambio con l’Italia che già ammonta a poco meno di 40 miliardi di euro e sugli investimenti, il cui stock da parte italiana nell’ultimo ventennio è pari a circa 29 miliardi.

Il Ttip, cioè il Trattato transatlantico su commercio e investimenti, potrebbe accelerare in Europa l’adozione del made in, cioè dell’indicazione di origine?

Sarebbe un fattore di reciprocità. Negli Stati Uniti l’indicazione di origine è prevista. In Europa manca un ultimo passaggio, anche in questo caso la presidenza italiana Ue può essere determinante. Per le nostre aziende è un volano di crescita e un’attestazione di qualità.

In questi anni di crisi quale atteggiamento hanno avuto i due continenti? C’è stato un aumento del protezionismo?

La crisi e il lungo stallo del Wto hanno pesato a livello internazionale. Negli Stati Uniti si è accentuato il buy american e il local content. In particolare negli appalti pubblici si aggiunge la complicazione di regole diverse statali e federali, per le aziende straniere è molto difficile partecipare alle gare.

Il presidente Obama è un sostenitore del Ttip. Le elezioni mid-term che si terranno a novembre potranno condizionare l’accordo?

Le elezioni sono un passaggio importante. C’è chi prospetta il rischio che Obama possa perdere la maggioranza al Senato. Mi auguro che a prescindere dal risultato del voto il governo americano mantenga l’obiettivo dell’intesa, che gioca a favore della crescita e dell’occupazione degli Usa e della Ue. Il Business Forum che si terrà in Confindustria domani è inteso a stimolare i negoziatori in vista del 6?round della settimana successiva, che ci auguriamo porti novità positive.

Il Sole 24 Ore – 10 luglio 2014

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