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Consumi globali. Mercato halal, lusso in prima fila. Non solo alimentare: aumentano le aziende occidentali che realizzano prodotti in linea con i dettami del Corano

Alle donne musulmane il Corano impone di vestirsi con sobrietà. Ma la classe emergente mediorientale non è insensibile al fascino della moda di Milano o di Parigi: solo, vorrebbe poter avere il velo giusto da abbinare a quella camicetta così à la page. Qualcuno l’ha capito e ha fiutato l’affare: per conquistare questo mercato, Donna Karan l’anno scorso ha lanciato la collezione Ramadan.

Gli abiti senza scollature profonde, così come le bevande analcoliche o la carne macellata in un certo modo sono prodotti definiti halal, cioè realizzati secondo i dettami della Sharia. Per i credenti dell’Islam, comprare solo questi è un obbligo. Il che significa che per questi beni c’è un mercato grande quanto un quarto della popolazione mondiale. Non solo: secondo l’ultimo report dell’inglese Euromonitor, entro il 2030 i consumatori di religione musulmana peseranno per il 26% dei consumi mondiali. Una fetta di tutto rispetto.

Uno studio commissionato dal governo di Dubai alla Thomson Reuters quantifica in 2mila miliardi di dollari la spesa totale dei musulmani nel mondo fra cibo e vestiario (il 12% del totale mondiale). E questo oggi: perché fra quattro anni la cifra è destinata a lievitare a 3.735 miliardi, quasi il doppio.

Ecco perché, al pari di Donna Karan, sono in aumento le aziende occidentali che hanno deciso di attivarsi alla conquista di questo mercato. La casa cosmetica polacca Inglot, per esempio, ha visto lievitare le sue esportazioni verso il Medio Oriente e il Sudest asiatico – Malaysia e Indonesia da sole ospitano il 17% della popolazione musulmana globale – grazie all’invenzione di uno smalto halal. La sfida non era da poco: il Corano dice chiaramente che durante le abluzioni prima della preghiera l’acqua deve scorrere su ogni angolo delle unghie. Così, i ricercatori polacchi si sonno dovuti inventare una formula in cui la texture della lacca fosse perfettamente permeabile all’acqua.

A fiutare l’affare non sono però solo le aziende europee, o le multinazionali americane. In Cina meno del 2% della popolazione è musulmana, eppure il gigante locale del lattiero-caseario Yili ha creato Satine, una linea di latte organico e halal perfetta da esportare, ma che piace anche ai consumatori cinesi: sono diventati esigenti, in termini di qualità, dopo gli scandali sul latte in polvere contaminato dalla melammina.

Il famoso burkini, il costume coprente per le nuotatrici musulmane, è invenzione dell’australiana Ahiida. In Giappone invece, per incentivare il ricco turismo mediorientale, sono state alleggerite le procedure sui visti e molti alberghi di lusso si sono dotati di stanze per la preghiera, di spa separate per uomini e donne, di menu halal senza carne di maiale o derivati della fermentazione alcolica. Basta una piccola freccia sul soffitto, poi, per strizzare l’occhio al turismo musulmano: indica la direzione della Mecca, verso cui rivolgere le preghiere.

Per poter definire un prodotto halal, è necessario ottenere l’apposita certificazione da uno degli enti religiosi accreditati. In Europa, ad esempio, si può ricorrere all’Halal Food Council of Europe. Per certi prodotti, però, accreditarsi può divenire rocambolesco. Ma non impossibile. Prendiamo la birra analcolica: secondo molti enti certificatori, evoca comunque alla mente il concetto di alcol e quindi deve essere proibita. Poi è arrivata la Malaysia, con la sua National Fatwa Committee, a sostenere che sotto la denominazione “soft drink al gusto di malto” anche la birra analcolica si poteva bere. E si sono aperte le porte del mercato: soltanto nel 2014, tra Malaysia e Indonesia, ne sono stati venduti 21 milioni di litri.

Il Sole 24 Ore – 14 settembre 2015 

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