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Contrattazione. Adesso si apre la partita su rappresentanza e rinnovi. Incognita tempi per l’avvio delle trattative

contrattChiuso l’accordo sui quattro comparti, nel pubblico impiego si apre il fronte del rinnovo dei contratti e della rappresentanza. Sul fronte del contratto 2016-2018, per il quale sono disponibili 300 milioni, ancora non si conosce la data di convocazione del tavolo. Perché l’ipotesi d’accordo raggiunta all’alba di ieri tra Aran e sindacati diventi definitiva, infatti, occorrono una serie di passaggi procedurali, che saranno conclusi in tempi non brevissimi. Anzitutto si attende una verifica da parte del governo sul rispetto del mandato, poi la Corte dei conti dovrà effettuare un controllo contabile e, ottenuta la bollinatura, toccherà ai Comitati di settore formalizzare l’atto di indirizzo all’Aran. Il presidente dell’Aran, Sergio Gasparrini, sottolinea i vantaggi della riduzione dei comparti sul versante della «semplificazione dell’architettura contrattuale»: l’effetto è che «saremo chiamati a rinnovare quattro contratti nazionali ogni 3 anni, mentre in passato dovevamo farne 22 in quattro anni, visto che c’erano due tornate biennali, più un’altra decina relativi ad enti che avevano un contratto dedicato».

Anche l’applicazione delle nuove discipline contrattuali si prevede avverrà gradualmente: i nuovi contratti nazionali, frutto di aggregazioni di realtà molto diverse tra di loro, avranno parti comuni relative a istituti generali applicabili a tutti i lavoratori del comparto, ma conserveranno anche parti speciali o sezioni, che terranno conto di aspetti peculiari (soprattutto sul versante retributivo) che non siano immediatamente uniformabili o che necessitino di una distinta disciplina.

Anche nell’applicazione delle regole sulla rappresentanza, si prevede una fase transitoria. Nel pubblico le organizzazioni sindacali devono superare la soglia del 5% – intesa come media tra deleghe e voti alle Rsu – per essere ammessi a negoziare, così come per l’accesso alle prerogative sindacali (permessi, distacchi, assemblee). Considerando che le elezioni delle rappresentanze sindacali negli undici comparti si sono svolte a marzo del 2015, con il passaggio a quattro comparti va ridisegnata la geografia della rappresentatività dei pubblici dipendenti, ed essendo più ampio il comparto sarà necessario anche avere più voti e iscritti rispetto al passato per rientrare nella fatidica soglia del 5%. Sono due le opzioni per i sindacati. «È prevista una finestra per le nuove aggregazioni», spiega Gasparrini: entro 30 giorni dalla firma definitiva dell’accordo possono decidere di aggregarsi per raggiungere almeno il 5% come media del dato associativo e il dato elettorale ed essere ammessi con riserva. Mentre l’ammissione definitiva avverrà solo dopo la ratifica da parte degli organi statutari preposti (i congressi), e dovrà essere inviata all’Aran entro il 31 dicembre 2017. La seconda opzione, considerata “residuale”, consiste in uno speciale “diritto di tribuna” per quelle sigle che non hanno avviato processi aggregativi perché non hanno “parentele” con altri sindacati, ma con il vecchio sistema avevano superato la soglia del 5% in almeno uno dei comparti delle aree preesistenti: «Queste sigle – continua il presidente dell’Aran – avranno diritto di presenza ai tavoli negoziali, senza avere diritto di parola o godere delle prerogative sindacali».

La partita che si aprirà con il sindacato non appare affatto semplice. «Raggiunto l’accordo sulla riduzione dei comparti, – sostiene Michele Gentile (Cgil) – vanno rinnovati i contratti pubblici, mettendo le risorse necessarie visto che 300 milioni della legge di stabilità equivalgono a 5-6 euro a testa. Servono risorse aggiuntive anche per la contrattazione integrativa. Allo stato dell’arte il rinnovo rischia di far perdere soldi ad alcuni lavoratori, per l’obbligo di applicare le tre fasce di merito previste dalla riforma Brunetta nella distribuzione dei premi di produttività». Maurizio Bernava (Cisl) auspica che «il Governo si impegni a favorire il confronto sui contenuti dei decreti delegati della legge Madia dopo 7 anni dalla cosiddetta Legge Brunetta che di fatto ha bloccato gli spazi negoziali nella Pa». Antonio Foccillo (Uil) sottolinea le «numerose incognite sia sul piano economico che su quello normativo» e sollecita il Governo a «dimostrare che ha la volontà di rinnovare i contratti». I sindacati si attendono segnali in tal senso nel Def.

L’ANALISI. ORA LA SFIDA DELL’EFFICIENZA IN UNO STATO CON RISORSE SCARSE

Il primo datore di lavoro del Paese è pronto a riaprire il tavolo della contrattazione, dopo sei anni di blocco, sul perimetro semplificato di quattro comparti e quattro aree dirigenziali. Prima erano undici i comparti e otto le aree aree dirigenziali. Prima, inoltre, il contratto era quadriennale, con un biennio economico e uno normativo, mentre ora si passa al triennale unificato. Se prima la contrattazione nel pubblico impiego si sviluppava su dinamiche quasi senza soluzione di continuità (arrivati al rinnovo dell’ultima area-comparto il contratto della prima era nel frattempo scaduto e si doveva ricominciare), con il passaggio a regime del nuovo assetto si potrebbe arrivare a rinnovi contrattuali in tempi più stretti e «leggibili» anche per i diretti interessati.

Naturalmente non sarà una passeggiata: implementare il nuovo modello significa mettere a fattor comune discipline anche molto eterogenee, come nel caso del comparto Istruzione-Ricerca. E in questa operazione di aggregazione sui nuovi assetti istituzionali si dovrà fare i conti anche con una rappresentanza sindacale, che dovrà a sua volta riconfigurarsi alla nuova realtà. Ma è un fatto che l’accordo chiuso la notte scorsa in Aran rappresenta un passaggio determinante.

Riflettere oggi sulla scarsità delle risorse economiche garantite dal Governo per i rinnovi dei contratti (300 milioni l’anno sul triennio) è forse limitante. Bisognerebbe aggiungere al quadro il fatto che anche i dipendenti pubblici in questi anni si sono considerevolmente ridotti: dieci anni fa, quando vennero introdotte le prime parziali strette sul turn-over e i primi tagli lineari, erano 300mila in più. Oggi siano a circa 3milioni e 359mila (dato di fine 2014) e anche i contrattisti a termine si sono molto ridotti (da 113mila del 2007 a circa 79mila). Le amministrazioni si sono molto alleggerite, insomma, soprattutto nel grande quadro dei nuovi comparti che include circa 2,5 milioni di addetti e dal quale sono esclusi i settori non contrattualizzati (forze armate, polizia, eccetera). Ci sono dunque meno risorse economiche e meno capitale umano in questo Stato del dopo crisi. Per questo la sfida dell’innovazione e della semplificazione è ancora più importante. Perché in questo contesto si deve riuscire a premiare un po’ meglio il merito (la strumentazione prevista nelle leggi Brunetta del 2009 può essere tolta dal congelatore e sperimentata) e si deve, contemporaneamente, rendere più produttivo l’intero pubblico impiego. La riforma Madia, con il nuovo testo unico del pubblico impiego, dovrà completare il passaggio al nuovo con l’introduzione dei fabbisogni del personale (in luogo delle vecchie dotazioni organiche) e la messa a sistema della mobilità. Con un perimetro pubblico ristretto ma più efficiente si potrà ragionare meglio (tocca agli statisti farlo e agli elettori giudicare) sulle funzioni pubbliche minime che dovranno essere garantite e sul livello di spesa necessario per sostenerle.

I SINDACATI CHE ORA CHIEDONO DI RINNOVARE I CONTRATTI. MADIA: COSÌ SISTEMA PIÙ SEMPLICE

Per i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici la partita vera inizia ora, e la palla ripassa al governo che dovrà elaborare una proposta con i 300 milioni di euro messi a disposizione dall’ultima manovra, a cui si aggiungono i fondi che regioni ed enti locali dovranno trovare da soli.

È questo il primo effetto dell’intesa raggiunta ieri notte (e anticipata sul Sole 24 Ore di ieri) fra sindacati e Aran, l’agenzia che rappresenta la pubblica amministrazione come datore di lavoro, sulla riforma dei comparti, che aggrega in quattro ambiti gli undici nei quali oggi è diviso il pubblico impiego. «Così il sistema contrattuale è più semplice e innovativo per i lavoratori pubblici e per il Paese», commenta su Twitter la ministra per la Semplificazione e la Pa Marianna Madia; per il presidente dell’Aran Sergio Gasparrini «la riduzione drastica del numero dei contratti collettivi nazionali potrà favorirne la rapida definizione, e si potrà anche provare ad utilizzare la strumentazione, rimasta nel cassetto in questi anni, per valutare performance e premi di produttività». Definito il quadro, toccherà andare nel merito dei rinnovi contrattuali, e lì le questioni sono ancora più spinose: «Ora non ci sono più alibi», fanno subito sapere i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Camusso, Furlan e Barbagallo, ma per i rinnovi le risorse attuali «non bastano». Da Palazzo Vidoni, comunque, filtra l’intenzione di convocare le organizzazioni sindacali per una sorta di “tavolo di ascolto” sia sul rinnovo contrattuale sia sul nuovo testo unico del pubblico impiego: il testo rappresenta un pilastro nel secondo capitolo dell’attuazione della riforma Madia, e ovviamente solleva temi che si intrecciano in modo stretto con i nuovi contratti.

La riforma che si attua oggi è quella prevista nel 2009 dal decreto Brunetta, che per semplificare i contratti e sfoltire la rete di sigle e prerogative sindacali fissò in quattro il numero massimo dei comparti a partire dal «successivo rinnovo contrattuale»: l’anno dopo, però, la crisi di finanza pubblica spinse l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti a bloccare la contrattazione nel pubblico impiego, con una misura poi rinnovata due volte prima che a luglio la Corte costituzionale, con la sentenza 178/2015, imponesse di far ripartire la macchina.

Di qui il riavvio delle trattative, che dopo settimane passate sul filo dei tecnicismi hanno prodotto una soluzione ponte per avviare l’aggregazione dei comparti senza imporre ricette troppo amare per essere digerite da sindacati e dipendenti. Nel comparto delle «funzioni locali» (che oggi si chiama «regioni ed enti locali») e in quello della sanità non cambia in realtà quasi nulla, con l’unica precisazione che i dirigenti sanitari del ministero della Salute finiranno fra le «funzioni centrali» e quelli di aziende sanitarie e ospedaliere fra le «funzioni locali», in cui anche i segretari comunali e provinciali saranno insieme ai dirigenti. Le novità più importanti si concentrano invece nel «comparto dell’istruzione e della conoscenza», chiamato a riunire i circa 100mila dipendenti dell’università (con l’esclusione dei docenti, che in regime di diritto pubblico) e i 20mila degli enti di ricerca al milione di persone che lavora nella scuola, e in quello delle «funzioni centrali», dove confluiranno ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici come Inps, Inail e Aci.

Scrivere regole comuni per strutture così diverse non è impresa facile, e per questa ragione l’intesa imbocca la strada del doppio binario contrattuale, formato da una «parte comune riferita agli istituti applicabili ai lavoratori di tutte le amministrazioni» del comparto e «parti speciali o sezioni» per disciplinare «alcuni peculiari aspetti» che non sono «pienamente e immediatamente uniformabili». Nell’intesa, questo secondo aspetto è descritto come eventuale e quasi marginale, ma è probabile che almeno all’inizio le parti comuni si occuperanno delle regole di base del rapporto di lavoro, per esempio i permessi, le malattie o le ferie, mentre toccherà alle parti speciali regolare i temi più caldi anche per le buste paga. Tra un’agenzia fiscale e un ministero, per esempio, i livelli retributivi sono molto diversi, e regolati da istituti costruiti spesso su misura per le singole amministrazioni: e per far migrare questi aspetti nella contrattazione di secondo livello ci vuol tempo.

La fusione dei comparti ha poi ricadute importanti sul terreno sindacale perché per partecipare alle trattative, e alla divisione di permessi e distacchi, ogni sigla deve raggiungere il 5% nella media di voti e deleghe (si veda l’articolo qui a fianco). Anche su questo aspetto, che ha allungato parecchio le trattative e interessa soprattutto i sindacati più “settoriali”, l’accordo costruisce un ponte fra vecchio e nuovo sistema, che però non è privo di incognite. Dopo la firma definitiva, i sindacati avranno 30 giorni per comunicare all’Aran, con «idonea documentazione», l’intenzione di allearsi fra loro per rispettare i nuovi parametri, per poi ratificare il nuovo assetto entro la fine del 2017.

Il Sole 24 Ore – 6 aprile 2016 

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