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Contratti, anche sugli stipendi le regole si decideranno in azienda. Il piano del governo: intese nazionali derogabili. L’eccezione dei minimi retributivi

di Rita Querzé. La riforma della contrattazione aziendale annunciata dal governo nel Documento di economia e finanza non convince Cgil, Cisl e Uil. I sindacati manifesteranno le loro perplessità con un parere congiunto domani, in occasione dell’audizione sul Def in commissione Bilancio della Camera.

Nei giorni scorsi le confederazioni hanno avuto alcuni contatti informali con chi a Palazzo Chigi e al ministero del Lavoro sta seguendo la partita. Cosa fa indispettire il sindacato? Prima di tutto l’idea del governo di permettere agli accordi aziendali di derogare ai contratti nazionali di categoria anche in materia di retribuzioni. A rimanere intoccabili sarebbero solo i minimi retributivi tabellari. Per il resto, la contrattazione aziendale potrebbe eventualmente peggiorare gli standard retributivi, intervenendo sugli scatti di anzianità per esempio.

A Cgil e Uil l’idea non piace. Ma anche la Cisl — che in passato ha sempre sostenuto la contrattazione decentrata — è in allerta. Ieri il sindacato di via Po ha diffuso i dati del suo Osservatorio sulla contrattazione di secondo livello (5.050 accordi monitorati dal 2009 a oggi). Il risultato è prevedibile: la quota di intese che hanno riguardato il salario è scesa dal 23% del 2012 al 17% nel 2014. Mentre quelle sulla gestione della crisi sono passate dal 54% del 2012 al 67% nel 2014.

Gigi Petteni, che nella segreteria Cisl si occupa di contrattazione, lancia un messaggio all’indirizzo del governo: «Sulla proposta di riforma dei modelli contrattuali che abbiamo condiviso con Cgil e Uil si sono già aperti molti tavoli (con l’artigianato e le professioni, ndr ) e altri se ne stanno per aprire (con Confcommercio). Siamo, quindi, ben oltre le dichiarazioni di buona volontà. Ci auguriamo che il governo voglia agevolare questo percorso. E non interromperlo o renderlo più difficile con misure contraddittorie».

Da notare: già oggi i contratti aziendali possono derogare ai contratti nazionali — e addirittura alla legge — grazie all’articolo 8 del decreto 138 del 2011 voluto da Maurizio Sacconi, allora ministro del Lavoro. Ma lo Statuto dei lavoratori è già stato modificato dal Jobs act. Di conseguenza la derogabilità alla legge perde di interesse per Palazzo Chigi. Mentre la derogabilità sugli aspetti retributivi sarebbe una novità ben vista anche dall’Europa.

C’è poi la questione dell’esigibilità dei contratti aziendali. Qui si tratterebbe di travasare in una legge i contenuti di una parte del Testo unico firmato dalle confederazioni con Confindustria nel gennaio 2014. Un punto, questo, su cui il sindacato è più disponibile. Purché non si tocchi nel merito quanto concordato dalle parti. Cosa cambierebbe per lavoratori e aziende? Con una legge gli accordi aziendali firmati a maggioranza vincolerebbero tutti i lavoratori. E i sindacati che non hanno siglato le intese non potrebbero in ogni caso proclamare scioperi.

Il Corriere della Sera – 17 aprile 2016 

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