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Contratti di lavoro stabili in crescita del 36%. Sindacati: ma c’è frenata. I dati dell’Inps su nuovi posti e trasformazioni. Manovra, verso la conferma delle decontribuzioni

Rosaria Amato. I contratti a tempo indeterminato crescono nel primo semestre di quest’anno: lo conferma l’Inps nel report di giugno riferito al settore privato e agli enti pubblici economici. Infatti si registrano 252.177 nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato in più rispetto al primo semestre 2014. E le assunzioni (comprese anche le trasformazioni di altri contratti), 952.359, aumentano del 36% in confronto ai primi sei mesi dell’anno scorso.

La quota dei rapporti di lavoro stabili sul totale dei contratti è passata dal 33,6% dei primi sei mesi del 2014 al 40,8% del 2015. Dati positivi che, come accade ormai da diversi mesi ogni volta che vengono diffuse comunicazioni di fonte amministrativa sul mercato del lavoro, vengono accolti con entusiasmo dal governo e con estremo scetticismo da parte delle opposizioni parlamentari. Perché non più di dieci giorni fa l’Istat ha pubblicato il proprio report su “Occupati e Disoccupati”, dal quale emerge a giugno un calo degli occupati: 22.000 in meno rispetto a maggio e 40.000 in meno rispetto allo stesso mese del 2014. Apparente contraddizione che la Cgil riassume in un tweet: «Jobs act. Con gli incentivi aumentano le trasformazioni in nuovi contratti a tempo indeterminato, ma non l’occupazione. Resta l’emergenza lavoro».

Ma le opposizioni sono più dure, accusano il governo di fare propaganda a sproposito. Per cui se il premier Matteo Renzi rivendica con entusiasmo la crescita rilevata dall’Inps: «I dati diffusi dall’Inps dicono che siamo sulla strada giusta contro il precariato e che il Jobs Act è un’occasione da non perdere, soprattutto per la nostra generazione», il presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta ribatte che «ancora una volta Matteo Renzi e il governo utilizzano i dati Inps sul mercato del lavoro a soli fini di propaganda» mentre «gli unici numeri che contano sono quelli ufficiali dell’Istituto Nazionale di Statistica». Brunetta ricorda anche che è stato lo stesso presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in un’intervista di qualche giorno fa al Fatto Quotidiano, a stigmatizzare l’uso “governativo” dei dati amministrativi sul lavoro: «Valutare il saldo tra attivazioni e cessazioni dei contratti come se fosse un aumento di teste, cioè di occupati, è una approssimazione non accettabile».

Anche nelle settimane passate l’Istat ha ripetuto fino alla nausea che i propri dati si riferiscono alle persone (che possono avere più contratti nello stesso periodo) mentre quelli di Inps-ministero del Lavoro si riferiscono ai contratti Eppure a guardarli bene i dati Istat e Inps non sono poi così antitetici, come fa notare il segretario confederale della Uil Guglielmo Loy, che invita a guardare alla riduzione della quota dei contratti fissi sul totale rilevata negli ultimi due mesi: si passa infatti da un picco del 44,8% di marzo (riferito all’entrata in vigore degli incentivi del Jobs Act per i contratti a tempo indeterminato) al 34,5% di giugno. Una curva non troppo dissimile da quella degli occupati che l’Istat pubblica sul proprio sito, e che mostra un picco ad aprile e un calo nei due mesi successivi. «In sostanza osserva Loy- il dato dell’Inps conferma che la fiammata di marzo e aprile sulle assunzioni a tempo indeterminato, frutto della poderosa dose di incentivi, si sta affievolendo. E sul campo rimane la perfetta coincidenza tra la bassa crescita della nostra economia e la non crescita del lavoro».

Sarà anche un effetto temporaneo, ma il governo non lo sottovaluta e intende confermare la decontribuzione per le assunzioni prevista dal Jobs Act per tre anni (ma finanziata finora solo per il primo), che ha comunque dato risultati tangibili in termini di aumento del numero di contratti a tempo indeterminato. Se ne sta già discutendo nell’ambito della prossima legge di stabilità: è una misura costosa, potrebbe superare i due miliardi, per cui è possibile che la conferma nel 2016 arrivi solo per la parte più debole del Paese, il Mezzogiorno.

Repubblica – 11 agosto 2015 

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